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Articoli educativi

Animali domestici e lutto

Bambini e lutto

Bambini e lutto

La morte di qualcuno che ci era caro e il processo di lutto che ne consegue, sono un argomento molto complesso e decisamente personale.

Ognuno affronta queste situazioni in maniera unica, in base al suo carattere, alle esperienze che ha avuto e agli strumenti che ha a disposizione.
E a prescindere da tutto, è nella vita uno dei momenti più carichi emotivamente, dolorosi, a volte difficili e con una durata temporale potenzialmente anche molto lunga.
Quindi prima di andare ad esaminare alcuni degli snodi centrali dell’argomento, mi piacerebbe portare l’attenzione su un singolo dato che risalta e ha decisamente la priorità su tutto il resto:

“Quando qualcuno a cui teniamo muore ed entriamo in lutto, è FONDAMENTALE ricordarci che la priorità è prenderci cura di noi.
Darci spazio e tempo. Accettare le emozioni, a prescindere da quali esse siano o da quanto intensamente si manifestano.
E accettare anche quei comportamenti che attiviamo come meccanismi di difesa. A prescindere che siano più o meno accettabili socialmente, più o meno funzionali alla vita di tutti i giorni, più o meno fastidiosi per noi o chi ci sta accanto.
Se dovessimo decidere un singolo frangente in cui possiamo permetterci di fermarci e non giudicarci è proprio questo.”

Non accettando quello che stiamo vivendo, sforzandoci di avere uno o più comportamenti e giudicandoci per questo o per il come stiamo reagendo, rendiamo il processo di lutto ancora più difficoltoso, doloroso e potenzialmente lungo nel tempo.

Detto questo possiamo andare ad analizzare alcune tematiche centrali, quando si parla di morte e lutto nell’ottica educativa con bambini e adulti.

Morte

La morte è uno dei più grossi tabù della nostra società.
Un po’ per istinto, un po’ per modalità viste e assimilate dall’esterno, evitiamo di parlarne. Come se non parlarne potesse mascherare in parte quello che è successo o facesse diminuire il dolore.

Da adulti possiamo fermarci e riflettere per capire se e in che frangenti attiviamo questo tipo di meccanismo di difesa. Già averne consapevolezza dovrebbe facilitarci nell’affrontare un pochino per volta il tema.

Bambini e morte

I bambini, più piccoli sono meno filtri hanno, per cui capita che se assistono direttamente o indirettamente alla morte di qualcuno, comincino a fare domande specifiche.
Lo fanno perché capire qualcosa è un modo molto funzionale per poter gestire le emozioni legate a quella situazione specifica. Se capisco perché e come il nonno è morto, magari non mi passa la tristezza che non c’è più, ma riesco ad evitare di essere terrorizzato che muoiano anche la mamma e il papà, per esempio.

È quindi fondamentale rispondere alle domande dei bambini. Anche quella più banali o assurde.
Con l’obiettivo di spiegare loro il più accuratamente e verosimilmente possibile quello che è successo, sempre nell’ottica della rassicurazione.
A volte sembra davvero più difficile di quello che non è in realtà.
Cerchiamo di partire rassicurando noi stessi: i bambini difficilmente verranno traumatizzati da ciò che gli raccontiamo. Spesso quando insistono con una domanda o su un aspetto specifico è perché vogliono essere sicuri di aver capito.
Pensiamo al fatto che la morte non è esattamente un fenomeno che possono vedere e sperimentare più e più volte finché il cervello non assimila il concetto di base e il tutto risulta chiaro.
Quindi la stragrande maggioranza delle informazioni arriva dalle nostre spiegazioni verbali (e dall’accoglimento e accompagnamento emotivo) e, purtroppo, questo tipo di canale di apprendimento ha bisogno di più tempo e notevoli ripetizioni in più rispetto all’apprendimento pratico.

Spiegazioni

Abbiamo già detto che il dire la verità è fondamentale. Ma quando si tratta di morte, la verità dei singoli piò essere anche molto diversa a seconda di religione, cultura e credenze personali.

Qui cerchiamo di concentrarci su ciò che NOI riteniamo vero. Poi più il bambino sarà grande, più si potrà eventualmente spiegare che esistono anche altri punti di vista diversi, ma il focus principale deve proprio essere sul fatto che io adulto spiego, nella maniera più semplice, lineare e chiara possibile, quello che è successo.

Per questo eufemismi ed espressioni tipiche come “se ne è andato” o “non c’è più” o ancora “è venuto a mancare”, possono generare l’illusione che la morte sia uno stato temporaneo, soprattutto se non sono accompagnate da una spiegazione o una contestualizzazione da parte dell’adulto.

Domande specifiche come per esempio il “ma non si sveglia più?” o il “sembra che stia dormendo”, sono legate al fatto che fino ai 6 anni circa per i bambini è inconcepibile il concetto di “morte” in sé e il fatto che questo stato di “simil sonno” sia permanente.
Per questo è probabile che insistano più e più volte sul “mai”.

Cerchiamo sempre di accogliere queste loro domande in maniera serena e pacata, dando risposte esaustive (anche se fosse sempre la stessa risposta all’infinito).

A volte il rischio è che noi ci spazientiamo o abbiamo difficoltà e soffriamo nel parlare della morte di una persona cara e questo viene solitamente percepito dai bambini, che possono iniziare ad adottare dei comportamenti differenti. Potrebbero, per esempio, smettere di chiedere o sollevare l’argomento, perché pensano che quello che ci fa star male sia il loro fare domande.
E’ quindi importante verbalizzare anche questo pezzettino: “so che quando ne parliamo divento triste. E sono triste perché la nonna è morta, ma tu puoi farmi tutte le domande che vuoi e possiamo parlarne ogni volta che vuoi, perché anche in mezzo alla tristezza, ricordare la nonna mi rende un po’ felice.”

Oppure, nel caso in cui davvero sia troppo da gestire per noi, esplicitiamolo il più serenamente possibile: “capisco che tu voglia parlare dello zio, ma in questo momento sono davvero troppo triste.

Emozioni

Un po’ mi sento a disagio nel contribuire alla separazione fittizia tra emozioni e spiegazioni teorico/verbali, che in realtà sono strettamente legate tra loro. Però per avere una struttura maggiormente scorrevole e più facilmente fruibile ho optato per separarle (anche se si contaminano comunque palesemente a vicenda).

La parte emotiva è fondamentale per diversi aspetti.

In primis è complessissima: ci sono le NOSTRE emozioni di adulto, le emozioni dei bambini, il come esprimiamo entrambe e la nostra capacità di gestirle.

Andiamo con ordine:

  • Le NOSTRE emozioni di adulti sono giustificate. Sempre a prescindere da quali siano o dall’intensità che assumono. Non esiste un “troppo triste per…” e non credete a nessuno che vi dice il contrario.
    VOI state vivendo quell’emozione e solo VOI potete sapere quanto è intensa, a prescindere dal se il resto del mondo la ritiene adeguata alle circostanze.

Accettiamoci e accettiamo le emozioni che ci attraversano in un momento già estremamente difficile, senza che decidiamo di aggiungerci metri di misura esterni e arbitrari.

Allo stesso modo, anche non sentire nulla potrebbe benissimo essere un meccanismo di difesa ed è meritevole di non giudizio e accettazione ugualmente.

  • Le emozioni dei bambini sono giustificate. Sempre a prescindere da quali siano o dall’intensità che assumono. Uguale come sopra? Sì, ma ho pensato di ripeterlo, che non si sa mai che la prima volta non fosse stato abbastanza convincente.

Le emozioni dei bambini in questo contesto hanno un ulteriore ramificazione importante. E cioè il fatto che devono essere contenute, accolte e sostenute da adulti in grado di dare un nome e aiutarli nel capire come gestire quello che sentono.

Anche se la malinconia è tale da impedirgli di giocare. Anche se sono sopraffatti dalla rabbia nei confronti di chi è morto.

Accogliamo quello che sentono, perché non possiamo essere noi a determinare quale o con che intensità sono attraversati da un’emozione specifica. Quello che possiamo fare concretamente è stargli accanto, accettare quello che sentono, farli sentire capiti, normalizzare quello che sta succedendo loro e proporre o trovare insieme delle strategie per gestirlo al meglio.

Quindi? Verbalizzare!

“Capisco che sei furente con la bisnonna perché è morta. Hai ragione ad essere arrabbiato perché vorresti abbracciarla, ma non si può. E’ normale arrabbiarsi quando ci sono cose che desideriamo tantissimo e che ci fanno stare male. Se vuoi possiamo provare ad abbracciare il peluche che ti aveva regalato a Natale e vedere se magari così la rabbia passa un po’”.

E’ facile? No, per nulla. Essere travolti dalle nostre emozioni, ricordarci che dobbiamo accettarle, mantenere dei comportamenti quanto meno funzionali nella vita e nel frattempo accogliere, legittimare e aiutare anche i bambini a gestire le loro emozioni è un’impresa che sembra impossibile.

E lo diventa davvero se ci prefissiamo standard o obiettivi che non sono verosimili.

Se torniamo all’inizio dell’articolo e ricordiamo lo snodo centrale sull’accettazione, ci rendiamo conto che la su cui possiamo mettere degli obiettivi è il non giudizio. Accettiamo che a volte non verbalizzeremo al meglio. Accettiamo che a volte non ci accorgeremo che nostro figlio ha bisogno di parlarne o di supporto. Accettiamo che a volte noi non riusciamo davvero ad affrontare l’argomento in quel preciso momento. Accettiamo che a volte sbottiamo, reagiamo male e magari cerchiamo di modificare le emozioni dei bambini esprimendo giudizi.

Accettiamoci.

E, se proprio vogliamo fare un ulteriore sforzo oltre al sopravvivere al marasma che ci travolge in questi mesi, sforziamoci di verbalizzare. Sforziamoci di buttare giù quelle barriere e quei muri difensivi che abbiamo costruito negli anni e che sembrano insormontabili, perché tra le altre cose nascondono una valanga di dolore.

Perché parlarne fa bene a noi in primis, ma fa bene anche ai bambini che crescendo possono assimilare questa modalità di attraversamento del lutto in maniera naturale e senza trovarsi poi a doversi sforzare da adulti per cambiare meccanismi già assodati negli anni.

Funerale

Il funerale è un rito che è parte della nostra cultura e che racchiude l’idea del “soffrire insieme” per poter condividere il dolore e aiutarsi a vicenda a superarlo.

È un momento intenso e molto carico a livello emotivo, sia per gli adulti, sia a maggior ragione per i bambini.
Alla domanda “ma è il caso che lo porti al funerale?” rispondiamo subito dicendo che non c’è una risposta unica: “sempre sì” o “sempre no”.

Ci sono diversi fattori da considerare e emozioni che entrano in gioco in maniera ancora più prepotente in questo caso.

Il funerale è un momento in cui si ha la possibilità di dare l’ultimo saluto alla persona che è morta.
Questo spesso aiuta gli adulti nel processo di lutto e, per lo stesso principio potrebbe aiutare anche i bambini.

Allo stesso tempo, però potremmo anche essere nella situazione in cui ci troveremmo decisamente a disagio se il bambino non fosse in grado di stare fermo e zitto durante la cerimonia. Cosa tra l’altro, a seconda dell’età, anche abbastanza comprensibile, vista la quantità di persone che esprimono emozioni in maniera più o meno esplicita in un contesto che non fa esattamente parte della vita quotidiana.

E la motivazione “non me la sento” è comunque un fattore da considerare.
Senza giudizio, senza sensi di colpa.

Strumenti concreti

Oltre alla citatissima verbalizzazione, possiamo utilizzare due tipologie di supporti.

– Oggetti transizionali.
Il peluche regalato dalla nonna, una foto da tenere in tasca o un braccialetto. Qualcosa di concreto che possa essere stretto nei momenti di particolare dolore e malinconia.
I quadrotti famiglia si basano proprio su questo principio ed è un po’ come se il bambino (o l’adulto) potesse stringere concretamente il proprio caro a sé.

– Libri.
Qui serve davvero tanto tanto tatto.
Il libro non è una medicina: ho questo problema, cerco questo titolo.
E’ un supporto da integrare a quanto detto finora, perché se no rischia di diventare invadente e rimarcare ulteriormente l’idea che l’adulto non vuole parlare dell’argomento.
Bisogna cercare di cambiare prospettiva: invece che proporre il libro sperando che il bambino immagazzini il messaggio di fondo (e faciliti il lavoro a noi), proponiamo il libro per consentirgli di avere uno spunto concreto da cui partire per eventuali domande o approfondimenti (e facilitare il lavoro a lui).

Animali domestici

Postilla sugli animali domestici a margine, giusto per ribadire che a volte noi adulti perseveriamo nella convinzione che, siccome gli animali domestici non sono persone, non facciano parte della famiglia.

In realtà tutto quello detto sopra è applicabile anche a loro. Proprio perché non può essere qualcuno dall’esterno a determinare quali sono le emozioni o l’intensità adeguata ad una determinata situazione o il grado di affetto all’interno di una relazione.

Distacco

Distacco

Ci avviciniamo alla fine dell’estate e, quindi, all’inizio dell’anno scolastico e che si tratti di scuola dell’infanzia, asilo nido, sezione primavera o servizi alternativi al nido, nella fascia prescolare lo scoglio e la preoccupazione più grossa per genitori di solito è il DISTACCO.

Il momento dei saluti porta con sé preoccupazioni che possono essere più o meno accentuate a seconda di vari fattori: carattere degli adulti coinvolti, aspettative, reazioni che i bambini hanno avuto in precedenza nei momenti di separazione dai genitori, articoli e racconti letti in giro e varie ed eventuali non necessariamente connesse direttamente con questa tematica.

Le modalità che i diversi servizi utilizzano e propongono alle famiglie varia e nel corso degli anni si stanno diversificando, anche se tendenzialmente nella fascia 0-3 l’attenzione è maggiore e i tempi dedicati all’ambientamento sono decisamente più rilassati e dilatati rispetto a quelli che vengono proposti nei servizi della fascia 3-6.

Sia che l’ambientamento duri 2 settimane e mezzo, 3 giorni interi con il metodo svedese o 2 giorni graduali senza presenza dell’adulto in sezione, è innegabile che il primo periodo all’interno di un servizio educativo è sinonimo e fonte di ansie e timori sia per gli adulti, sia per i bambini.

Ci sono diversi aspetti che possono essere trattati e approfonditi quando si parla di ambientamento e distacco, ma in questo frangente vorrei dare un paio di linee guida, senza entrare nel merito dei pro e i contro di ciascuna metodologia e delle singole strutture.
Anche perché non sempre la modalità di ambientamento della struttura è un parametro così rilevante nella scelta del servizio.

FIDUCIA!

Avere fiducia nell’istituzione, ma più concretamente nell’insegnante, nell’educatore e nel personale educativo a cui ci si sta affidando è fondamentale!
Non solo per una questione “logica” del: si dovrebbe affidare il proprio figlio solo a persone che si reputano competenti e capaci, ma per una questione che il bambino SENTE la presenza o la mancanza di fiducia nella relazione tra gli adulti.

Ed essendo che mamma, papà, nonna e perfino babysitter sono figure di attaccamento che vengono letteralmente “prima” dell’educatore, insegnante, etc, il bambino si baserà su ciò che percepisce dell’adulto che conosce, per giudicare (come prima impressione) il nuovo adulto che ha davanti.
Quindi concretamente: se ci sono riunioni prima dell’inizio dell’anno scolastico è fortemente consigliato andarci, anche solo per prendere familiarità con le persone che gestiscono e frequentano la struttura.

Meglio ancora se è possibile fare un colloquio singolo con il personale educativo che avrà direttamente a che fare con il proprio figlio, per potersi togliere dubbi, per fare domande e per cominciare ad entrare in un clima di familiarità.

CONTINUITA’!

Questo è uno dei punti che viene rimarcato più spesso e che a volte passa solo come argomento pratico e funzionale per il genitore: è preferibile che durante il periodo dell’ambientamento il bambino venga accompagnato sempre dallo stesso adulto.
Questo per fare in modo che ci sia una routine il più stabile possibile: è sempre la mamma che lo accompagna e poi torna.

Ma anche perché, unendolo al concetto del “punto uno”, l’adulto che rimane per più tempo sul servizio e/o ha a che fare maggiormente con la struttura e il personale (anche nelle riunioni), sarà quello che trasmette più fiducia ed è meno nervoso e più sereno nel lasciare il bambino ed andare al lavoro.

  • A tal proposito, una conseguenza è preferibile che a fare il distacco sia una persona che sia in grado di gestire le proprie emozioni e, di conseguenza, di regolare quelle del bambino.
    Significa che la mamma o il papà non devono essere tristi o in ansia?
    No!
    Significa che è importante che l’adulto verbalizzi molto (“anche io sono triste che devo andare al lavoro, a prendere il pane, etc! Mi piacerebbe molto stare qui con te a giocare!”), ma anche che sia in grado di bilanciare il lasciare spazio al bambino per dimostrare la sua frustrazione (per esempio: piangendo, chiedendo abbracci e/o rassicurazione fisica) con l’essere fermo nel momento in cui il distacco è necessario.
  • Diretta conseguenza della verbalizzazione, ma assolutamente fondamentale, tanto da meritare un punto a sé: “…MA POI TORNO!”
    L’adulto deve sempre esplicitare l’ovvio!
    Dire al bambino che si va a “fare la spesa”, “al lavoro” (a fare un’azione definita e, meglio ancora, se familiare per la routine del bambino e che lui sa non essere troppo duratura) è importante, ma rassicurarlo dicendogli che “POI SI TORNA” è fondamentale!
    Questa accortezza non significa che il bambino non sarà triste, non esprimerà frustrazione o non si metterà a piangere. Semplicemente lo aiuta a capire il funzionamento di questo processo (magari nuovo) su cui sente di non avere alcun controllo.
    Nel momento in cui la ripetizione del distacco con annesso “vado a… e poi torno!” viene interiorizzata, il bambino sarà in grado di rassicurarsi ed essere certo che l’adulto tornerà a prenderlo e non lo abbandonerà!


Banale? Ovvio che non possiamo lasciare i bambini all’asilo per poi dimenticarceli lì?
Sì, per noi adulti che abbiamo una comprensione del mondo e dei servizi molto più avanzata di quella di un bimbo di 1, 2, 4 anni.
Basti pensare che un altro metodo per fargli interiorizzare il ritorno dell’adulto e fargli sperimentare il distacco è il classico “bubu… settete!” in cui l’adulto interrompe il contatto visivo (e quindi la relazione) per alcuni secondi, mettendo le mani davanti alla faccia, per poi (al “… settete!”) ripristinare la relazione e il contatto con il bambino.

Punti bonus: azione concreta che ha delle conseguenze visibili.
“Andare a bere un caffè” è ottima perché è un’azione breve, ma “andare a prendere la focaccia alle olive che ti piace molto” oltre a non occupare comunque molto tempo (come invece “andare al lavoro” per esempio), dà la possibilità al bambino al ricongiungimento di avere un dato oggettivo che testimoni che l’adulto ha fatto proprio quello che gli aveva detto.

Un ultimo appunto, che è di fatto implicito nei punti precedenti: lo sparire senza dire nulla “perché tanto il bambino è impegnato” o “ma se no poi piange” o “è troppo piccolo per capire” è assolutamente deleterio!
In questo caso i bambini sperimentano davvero l’abbandono e la confusione del girarsi e non trovare più l’adulto di riferimento, senza che nessuno gli abbia spiegato cosa sta succedendo!
Modalità di questo tipo incrinano la fiducia del bambino nei confronti degli adulti e minano la sua sicurezza nell’esplorare e nell’allontanarsi anche fisicamente dalla figura di riferimento.
Al contrario, l’attaccamento sicuro (che approfondiremo in un prossimo articolo) e quindi la certezza e la fiducia che il bambino ha nel girarsi e trovare il genitore che lo aspetta e supporta (sia verbalmente sia fisicamente), gli consentono di esplorare il mondo utilizzando l’adulto come “base sicura” a cui appoggiarsi nei momenti di frustrazione o difficoltà.

Se il bambino è abituato che l’adulto preannuncia l’allontanamento, dopo un po’ interiorizzerà che quando l’adulto non dice nulla, lui non si deve preoccupare perché non c’è il rischio che l’adulto se ne vada mentre lui non guarda.

Come facilitarli ulteriormente?

I bambini (ma in realtà anche gli adulti) sono facilitati nell’affrontare le situazioni se già sanno cosa aspettarsi e se hanno già delle strategie o strumenti adatti ad affrontare la frustrazione o la tristezza.

Risulta quindi molto utile fornire al bambino un oggetto transizionale che lo aiuti nei momenti di emozioni intense. Può essere un peluche che già usa quotidianamente per andare a dormire per esempio e che può essere lasciato nell’armadietto all’ingresso e preso all’occorrenza. Oppure qualcosa proprio della mamma, come un braccialetto o un fazzoletto/foglietto con lo stampo di rossetto, come se fosse un “bacio portatile”.

MA ATTENZIONE! Non anticipiamo troppo la verbalizzazione e lo spiegare la situazione che dovranno affrontare, perché potrebbe risultare troppo difficile da gestire per loro.
Le accortezze da ricordarsi sono innanzitutto che i bambini iniziano a sviluppare un concetto di tempo come susseguirsi di momenti (mattina, pranzo, pomeriggio, cena, sera, notte) e giorni (lunedì, martedì, etc) verso i 5/6 anni.
Questo significa che concretamente dirgli “a settembre inizierai ad andare alla scuola dell’infanzia…” potrebbe essere un’enorme fonte di stress proprio perché “settembre” non è un concetto temporale chiaro per loro. E’ un po’ come se recepissero un “prima o poi la mamma ti lascia in questo posto sconosciuto. Prima o poi, forse tra poco forse no”.
E quindi, invece che prepararli a cosa succederà, aggiunge un ulteriore elemento di incertezza.

Un altro elemento molto utile da tenere a mente è non avere aspettative sulle reazioni del bambino: se gli ripetiamo che andrà alla scuola dell’infanzia, nel tentativo di avere una reazione di gioia ed eccitazione, partiamo male.

Partiamo male, innanzitutto perché è più probabile che entriamo in frustrazione e ci esasperiamo se il bambino non ha una reazione abbastanza entusiasta. In più, presi dal nostro entusiasmo e aspettative positive, rischiamo di non curare la forma di ciò che stiamo dicendo.

Il messaggio che dovremmo cercare di far passare è che l’inizio di questo percorso è una cosa neutra, naturale.


Man mano che il bambino metabolizza la cosa e ha determinate reazioni, possiamo calibrare meglio quello che diciamo.
Per esempio: se il bambino va in ansia e comincia già ad essere in frustrazione all’idea della separazione con l’adulto, la nostra reazione dovrebbe essere quella di accoglimento dell’emozione e di rassicurazione. Possiamo spostare l’attenzione sul presente (e non sul futuro), dicendo che “la mamma è qui. La mamma adesso sta con te tutto il tempo che vuoi”.

All’opposto se il bambino è super entusiasta all’idea, cerchiamo comunque di accogliere le sue emozioni e accompagnarlo in questa attesa. Ricordandoci anche che può essere che a settembre rischi di andare in frustrazione perchè la realtà non è all’altezza delle aspettative che aveva.

Un’altra accortezza sulle aspettative è l’evitare di basare quello che pensiamo debba succedere sulle esperienze pregresse, sia in positivo sia in negativo.
Il fatto che i distacchi con la babysitter siano stati un disastro negli ultimi mesi, dovrebbe essere uno dei fattori tenuti in considerazione ma non l’unico.
Il fatto che sia già andato per due anni all’asilo nido e durante il distacco sia sempre stato sereno, dovrebbe essere uno dei fattori tenuti in considerazione ma non l’unico.

Perché?

Perché la situazione è diversa: le persone coinvolte sono diverse, gli spazi sono diversi, i rumori e i profumi sono diversi. Le nostre e le sue emozioni potrebbero essere diverse ed è giusto tenere a mente questa unicità di combinazione di cose.

ATTENZIONE: Cosa evitare a tutti i costi?

Ci sono frasi, espressioni e domande che ci vengono naturali per cercare di sedare le ansie e le frustrazioni e che spesso diciamo senza nemmeno pensarci troppo.

Cerchiamo di soffermarci di più su quello che diciamo e come lo stiamo formulando, perché, oltre a non ottenere l’effetto sperato di rassicurazione, rischiamo di acutizzare ulteriormente le paure del bambino.

Il “ma come? vuoi stare con la nonna e non con tutti questi bambini?” o “ma guarda quanti bei giochi bellissimi!”

Perché?

Perché è un nostro tentativo, a volte nemmeno pensato, di sviare l’attenzione del bambino da noi a un qualcosa che, nella nostra mente, dovrebbe renderlo felice.

Il problema è che in quel preciso momento il bambino sente una tensione nella relazione con noi e sta cercando in tutti i modi di evitare l’allontanamento che sente imminente e, non facendolo sentire riconosciuto in quello che sta provando, andiamo ad aumentare ulteriormente la sua tensione.
E’ molto più funzionale fargli capire e sentire che ci siamo accorti che lui è triste. Che “vediamo” la sua emozione e il suo desiderio di stare con noi. E che ha ragione a provare quell’emozione in quel momento e per quel motivo.

Con questa come base, il bambino può iniziare a lasciare un po’ andare quella tensione, perché è come se vedesse che l’adulto se ne è fatto carico e comunque riesce a mantenere la serenità.

E allora forse anche lui può provare a tranquillizzarsi.

Il “quando sarai grande andrai all’asilo” o “perché ormai sei grande, quindi…”

Perché?

Perché il bambino, che vuole evitare di fare quella cosa, cercherà in TUTTI I MODI di dimostrare di non essere grande.

Anche perché “grande” è un termine molto arbitrario e poco comprensibile per un bambino. Per noi adulti si basa palesemente sull’età, ma ricordiamoci che è anche un termine che indica la massa corporea e a volte utilizzato addirittura per l’altezza.

Piuttosto usiamo termini più specifici e più vicini alle competenze e capacità di comprensione del bambino: l’età.

“I bambini fino a 3 anni vanno all’asilo nido. Quando ne hanno 4 vanno alla scuola materna.”
Di nuovo, come se fosse un processo del tutto naturale e normale.
Semplicemente le cose funzionano così.

Il distacco, e il periodo di ambientamento in una nuova struttura, sono accompagnati da frustrazioni e emozioni forti (sia per gli adulti sia per i bambini), è importante ricordarci che è normale, che i bambini (e anche gli adulti) sono molto più resilienti di quanto a volte ci immaginiamo e che questi momenti sono uno step importantissimo per la crescita del sé del bambino, ma anche per la crescita della relazione tra adulti di riferimento e bambino.
E’ importante quindi cercare di essere il più sereni possibile e affidarsi alle figure educative di riferimento, magari esplicitando dubbi, paure, frustrazioni e domande all’inizio del percorso.

Confrontarsi esprimendo le proprie ansie è il primo passo per riuscire a gestirle e superarle in maniera efficacie!

Libri illustrati e come sceglierli!

Libri illustrati e come sceglierli!

Eccoci!

A parlare di LIBRI ILLUSTRATI per l’infanzia.

Uno degli argomenti più complessi, sfaccettati, e senza linee guida pratiche precise e complete né per genitori né per adulti “addetti ai lavori”.
Sì, perché spesso le informazioni che si riescono a reperire sono sulle competenze del bambino nelle varie fasce di età: “nei primi mesi vede solo contrasti di bianco e nero a distanza ravvicinata e poi si aggiungono rosso e azzurro.” oppure “la protostoria può essere seguita propriamente dai 18 mesi circa.”, etc.

Una delle premesse fondamentali è che, soprattutto nell’infanzia, la lettura di un libro è un momento di intimità tra bambino e adulto. Un momento in cui il bambino si sente coccolato e avvolto dalle parole, dal tono di voce, dal ritmo della lettura e spesso dalle braccia dell’adulto stesso, mandando, a volte, in secondo piano il contenuto della storia.

Questo significa che si dovrebbe leggere cose a caso senza pensare?
NO! Però cerchiamo di tenere sempre a mente questo concetto basilare, soprattutto quando alcune delle nozioni e dei criteri di scelta dei libri scardinano completamente o mettono in discussione quelle che sono state le nostre scelte per le letture fino a ieri.

Spesso c’è una differenza sostanziale tra quelle che sono le informazioni reperibili dai genitori e quelle che sono invece le indicazioni che vengono date e sono seguite da educatori e maestre.
Questo per molteplici motivi: in primis la lettura 1 a 1 spesso non è possibile nei contesti educativi e questo per forza incide sulla tipologia di libro  scelto (fosse anche solo per il formato), si presuppone sempre che chi ha che fare con i bambini per lavoro abbia delle competenze professionali specifiche e più tempo per informarsi, verificare e selezionare tutte le proposte che vengono fatte ai singoli bambini e al gruppo.

Siccome, però, questa visione alimenta una sorta di barriera (come se il genitore non potesse essere in grado di avere una performance adeguata per scelta di testi o semplicemente per modalità di lettura, perché non all’altezza dell’educatore per capacità e competenze), vorrei soffermarmi su due aspetti fondamentali.

Il primo è che nessuno nasce imparato. Nemmeno noi educatori.
Quando ho iniziato, durante il tirocinio, a “essere obbligata” a leggere libri ai bambini (perché i bambini ti portano i libri da leggere mentre sono sul servizio. Mica lo sanno che tu sei in ansia e hai paura di sbagliare!) mi sono presto resa conto che la cosa era molto più facile di quello che mi aspettavo. I bambini volevano rivivere e rivedere i libri illustrati che amavano di più e poco importava che io non li leggessi con le stesse tempistiche o intonazione dell’educatrice responsabile o della bibliotecaria da cui andavamo a fare le letture!
Il secondo step è stato, un paio di anni dopo, quando ho preso in gestione un servizio di spazio gioco (in cui gli adulti di riferimento sono SEMPRE presenti durante la mattinata) e ho dovuto (perché, convinta dell’importanza della lettura nella fascia 0-3 anni, avevo deciso di inserire un momento dedicato ai libri nella routine della mattinata) leggere davanti a 8 adulti semi-sconosciuti che, diciamocelo, mi stavano decisamente giudicando.

La conclusione di queste, a tratti angoscianti, esperienze è stata per mia grande sorpresa una miriade di complimenti: genitori che dopo la mia “performance” (decisamente NON ottimale, vista l’ansia che l’aveva accompagnata), mi confidavano titubanti che loro non si sentivano in grado di leggere un libro o di avere le competenze per sceglierne uno adatto e quindi optavano sempre per i “senza parole” o per quelli tattili.
In poche parole mi facevano complimenti per questa mia capacità, che ai loro occhi era vista come magica e inarrivabile. E a nulla servivano le mie rassicurazioni sul fatto che, fino a un paio di anni prima, anche io ero nella loro STESSA IDENTICA SITUAZIONE.

Arriviamo quindi al secondo aspetto fondamentale.

Nessuno ti dice come fare.
Nessuno.
Né ai genitori, né agli educatori.

Il mio percorso di studi (laurea triennale in scienze dell’educazione) mi ha formato su diversi aspetti teorici, ma in nessun punto c’è stato un approfondimento sulla tematica “letture per l’infanzia” se non nell’affermare l’idea di base che “è importante leggere ai bambini fin dai primi mesi di vita”.

Io ho avuto la fortuna di fare un percorso di tirocinio di due anni su un servizio educativo, in cui le educatrici responsabili mi formavano sia sugli aspetti teorici sia sugli aspetti pratici.
E in nessun punto del percorso c’è stata, comunque, una discussione organica sugli aspetti di scelta e lettura dei libri illustrati. Perché per moltissimi anni ci si è basati su:

– scelte fatte precedentemente da altri. Che va benissimo! Però cosa ci fa pensare che gli “altri” abbiano fatto scelte basate su nozioni o informazioni più accurate e organiche delle nostre?

– osservazione delle reazioni dei bambini. Di nuovo, una delle cose fondamentali, ma che presuppone comunque un momento di progettazione e scelta consapevole da parte dell’adulto.

– libri considerati “classici” per una determinata fascia di età. Molto simile al primo punto, ma un po’ più complesso perché motivato dalla miriade di feedback positivi di genitori, educatori ed esperti, senza la minima possibilità di argomentare o chiedere spiegazioni senza essere additati come “coloro che non capiscono”.

Queste consapevolezze, man mano che andavano delineandosi nella mia testa, mi hanno portato a ricercare sempre più informazioni sull’argomento (materiali, libri, corsi, etc.), fino ad arrivare al seminario della prof.ssa Silvia Blezza Picherle e del dott. Luca Ganzerla organizzato da Percorsi Formativi 0-6.

In più punti del percorso mi sono resa conto che, per quanto anche le informazioni presenti nel circolo degli educatori fossero per la maggior parte non organiche e disorganizzate, effettivamente c’era una distinzione tra ciò che veniva considerato come fruibile dai genitori e ciò che invece era meglio non condividere.
Non perché gli educatori siano meglio o più intelligenti, ma perché si ha sempre un po’ la paura che inondare di informazione un genitore lo porti o a non essere in grado di processarle tutte o a sentirsi inadeguato.
Entrambi questi risultati sono, ovviamente, poco auspicabili, ma allo stesso tempo questo tipo di scelta ha impedito che i genitori realmente interessati e, magari, in grado di gestire anche le critiche, non siano in grado di reperire informazioni organiche sull’argomento nemmeno volendo.

Quindi, vorrei cercare di condividere quella che è la briciolina di informazioni e competenze che ho accumulato negli anni, senza filtri e senza censure.
Il mio consiglio è tenere sempre a mente il principio inziale “la lettura di un libro è un momento di intimità tra bambino e adulto.”, magari anche scrivendoselo su un fogliettino e attaccandolo alla libreria, o dove sappiamo che è più probabile che siamo colti da momenti di sconforto e dubbi.
La scelta (o le due, tre, dieci, cento) di un albo sbagliato o una lettura (o le due, tre, dieci, cento) non ottimale non comprometteranno le competenze, la crescita, né l’affetto dei bambini nei nostri confronti, né devono essere viste come una messa in discussione delle nostre competenze di genitore!

Il secondo consiglio è, se come me è facile che troppe novità, critiche o informazioni vi facciano sentire overwhelmed (schiacciati e sopraffatti), prendetevi del tempo per leggere “a pezzettini”.

Ho creato diverse sezioni per cercare di mantenere una struttura organica e consentire una lettura dilazionata. Ma anche perché trovo che nella scelta di un albo illustrato sia più congeniale un’analisi che parta dalle caratteristiche dei libri invece che da quelle delle specifiche fasce di età dei bambini.

Detto questo, “la lettura di un libro è un momento di intimità tra bambino e adulto.”.

FORMATO

La prima cosa che salta all’occhio quando si prende in mano un qualsiasi libro è il formato.
Con formato si intendono quelle caratteristiche di stampa che determinano la grandezza del libro, il tipo di copertina, lo spessore delle pagine, la dimensione dei testi, etc.

Sembra la parte più facile.
Parola chiave “sembra”.

Cerchiamo, per fare ordine, di dividere i formati in 3 macrocategorie:
– libri in formato “portatile”.
– libri di grandi dimensioni.
– cartonati e non (solo) di carta

Partiamo dalle dimensioni: più un libro è grande più i dettagli sono visibili.
Questo fattore è da considerarsi se le illustrazioni del libro sono ricche di parti piccole “da trovare” (spesso libri di questo tipo sono stampati solo con grandi formati) o se la lettura viene fatta a più bambini contemporaneamente (e che quindi devono stare “a distanza” per poter vedere tutti).
Tendenzialmente i libri piccoli e con illustrazioni semplici sono da preferire con i bambini più piccoli e per favorire un approccio autonomo e diretto al libro stesso, perché risultano più maneggevoli e fruibili anche per loro.

Passiamo ora ai cartonati.
Esistono libri che hanno le pagine molto molto molto spesse in cartoncino e sono detti “cartonati”. Sono quei libri pensati per essere toccati e presi in mano anche da bambini piccoli che non hanno la delicatezza e manualità fine per gestire le pagine “normali” senza romperle e strapparle inavvertitamente.
E’ infatti consigliabile far prendere dimestichezza con i libri ai bambini fin da quando sono molto piccoli, anche se questo comporta un maggior rischio di rotture e danni ai libri stessi.
ATTENZIONE però! Non tutti i libri in cartonato sono pensati per i più piccoli!

Inizialmente, quando sceglievo i libri per i bambini, mi affidavo molto al formato scelto da autori e editori, ma con il tempo mi sono resa conto che spesso le scelte fatte a monte non combaciavano con quello che era l’età del bambino che fruiva del libro.
Esempio concreto: da grande, libro cartonato di poche pagine, molto bello che affronta, con ironia, i pregiudizi che intercorrono tra cappuccetto rosso, tre porcellini e il lupo.
Ecco.
“Con ironia” e quindi con una tematica coglibile dai 3/4 anni in su circa.

La differenziazione copertina flessibile o copertina cartonata, invece, è nella stragrande maggioranza dei casi un fattore che influenza “solo” la durabilità del libro stesso.

Libri non (solo) di carta!
Qui ci sarebbe da aprire una mega parentesi e scrivere un articolo esclusivo solo su questo tipo di proposta.
Partiamo dai libri con inserti sensoriali (sia di stoffe, materiali diversi, sia con stimoli sonori): solitamente sono pensati per un primissimo approccio al libro e, proprio per questo, tendono a stimolare anche altri sensi oltre alla vista.
Questo proprio per facilitare il bambino ad avere e mantenere interesse verso questa nuova tipologia di oggetti.

I libri tattili, invece, (comunemente detti “quiet book”), sono quei libri solitamente interamente morbidi, che non necessariamente propongono una storia, ma magari si concentrano su attività di motricità fine e mini-giochi, oltre alla stimolazione sensoriale dei vari materiali.
Questi, più che libri, sono veri e propri giocattoli, è quindi fondamentale verificare che abbiano la marcatura CE (obbligatori per legge anche sui prodotti artigianali o regalati) che garantisce gli standard minimi di sicurezza per il gioco dei bambini.

Il formato è quindi utile come indicatore e può impattare la scelta finale di un libro, ma non è univoco e lascia comunque margine di dubbio sul fatto che un albo sia effettivamente adatto a una specifica fascia di età.

LUNGHEZZA

Un’altra caratteristica che teoricamente dovrebbe aiutare molto nella scelta di un libro illustrato è la lunghezza della storia stessa.
Tendenzialmente, essendo legata allo span di attenzione dei bambini, che a sua volta è effettivamente legato allo sviluppo e quindi all’età, risulta un indicatore piuttosto accurato.

Indicativamente i cartonati (per i primi approcci ai libri all’inizio della loro vita) hanno circa 3/5 fogli (quindi 6/10 facciate), mentre i libri per la fascia 0-6 si sviluppano su circa 30/36 facciate.

MA!

Di nuovo, sarebbe troppo facile poter guardare il numero dei fogli e avere la certezza matematica dell’età specifica dell’utilizzatore finale.
La lunghezza, per quanto “semplice” come caratteristica, va necessariamente abbinata alle altre e, in particolare alla “tematica”!

TEMATICA

La caratteristica più complessa e probabilmente anche meno superficiale tra tutte, anche per gli addetti ai lavori.

Si basa sul fatto che il cervello dei bambini (e dei ragazzi e degli adulti) si stia sviluppando e, quindi, a seconda dello stadio di sviluppo sia in grado di ascoltare, recepire, registrare e rielaborare concetti differenti e di complessità differente.
Che, di nuovo, non significa, purtroppo, che se il bambino ci ascolta e gli piace che leggiamo quel determinato libro, ne abbia capito il contenuto e il messaggio di base.

Cerchiamo di metterla così: un libro può essere più o meno lungo, ma se parla di fisica quantistica difficilmente sarà assimilabile da un bambino di 2 anni e mezzo.
Condensare o semplificare un concetto lo rende magari capibile su un primo strato e livello di analisi, ma non rende assimilabile e comprensibile la dinamica che c’è alla base.
Per fare un esempio meno controverso (visto che, purtroppo, esistono dei libri che sostengono di poter spiegare fisica quantistica e argomenti affini ai bambini della prima infanzia): è più o meno accettato da tutti che i bambini possano approcciarsi alla protostoria (cioè trame molto semplici con inizio, svolgimento e fine) dai 18 mesi. Mentre prima non sono in grado di seguire e registrare i vari passaggi logici o cronologici.

Lo stesso principio si applica alle modalità di trattazione delle tematiche: in alcuni casi il bambino segue la storia, ma non riesce a comprendere fino in fondo (e quindi ad apprezzare) alcuni passaggi.
Prendiamo per esempio dov’è la mia mamma?, storia di una piccola scimmietta che cerca la sua mamma e della farfalla Rita che continua a indicare svariati animali, apparentemente a caso. Tutta la vicenda si basa sul fatto che i cuccioli della farfalla (i bruchi) non sono uguali a lei.
Per comprendere la storia, quindi, il bambino ha bisogno di questa conoscenza (che è appresa) e di avere una comprensione dell’altro, inteso come essere a se stante con pensieri, opinioni ed emozioni diverse dalle proprie.

Questo snodo è particolarmente difficile e complesso da accettare, assimilare e verificare poi concretamente, proprio perché il bambino apprezza un determinato libro per svariati motivi. Tra cui l’aspetto emotivo di relazione con chi legge o la presenza di determinati personaggi (se gli piacciono particolarmente le scimmie, magari continuerà a portarci dov’è la mia mamma? anche se non afferra completamente la storia.

Cosa possiamo fare per riuscire a non cascare nel tranello del “rimane fino alla fine = gli piace e ha capito”?

Leggiamo in modo più interattivo. Non nel senso di lettura animata, ma nel senso di creare un’esperienza più interattiva e in cui il bambino sia maggiormente in controllo di quello che sta venendo letto (aspetti su cui soffermarsi, tempistiche, etc)

Scriverò un articolo specifico sulle modalità di lettura più efficaci in questo senso, ma come inizio si può cominciare anche solo semplicemente a fare domande al bambino prima, durante e dopo la lettura. (Che non significa interrogarlo per verificare comprensione e conoscenze!!! Perché se entriamo in quell’ottica, semplicemente lui cercherà di rispondere quello che pensa che noi vogliamo sentire.)
Domande semplici, calibrate sull’età specifica e che non siano a risposta secca “si o no”.
Inizialmente, per abituarsi entrambi, si può cominciare con domande ad alternativa (“secondo te è così o cosà?”) per poi utilizzare domande aperte (“secondo te perché ha fatto così?”)

Non è esattamente completamente collegato come argomento, ma cerchiamo di ricordarci che il giudizio e le schematizzazioni di noi adulti non aiutano i bambini nello sviluppo del pensiero autonomo!

Quindi: facciamo particolare attenzione ai non detti (la farfalla ha come ciclo: bruco, bozzolo, farfalla), ai passaggi di scena non esplicitati da una pagina all’altra (non sempre, per i bambini, è chiaro che c’è stato un salto temporale o spaziale se non viene spiegato) e all’ironia e al sarcasmo!
Dove possibile spieghiamo TUTTO quello che avviene dentro la scena rappresentato e fuori dalla scena tra una frase e l’altra o tra una pagina e l’altra!

In linea generale più il bambino è piccolo più sarà facile per lui seguire, comprendere e apprezzare libri che affrontano argomenti e momenti di vita pratica.
Quindi storie che parlano di momenti e situazioni a lui famigliari e che, potenzialmente, vive quotidianamente. Per lo stesso principio più è piccolo più sarà facilitato ad immedesimarsi in protagonisti che sono simili a lui (bambini, non animali antropomorfizzati o adulti).

Attenzione, però, a non prendere e proporre il libro come pillola risolutiva di problematiche o situazioni difficili!!!
Proporre e mettere a disposizione del bambino libri che trattano una situazione che sta avendo difficoltà ad affrontare o che causa particolare frustrazione (togliere il pannolino, smettere di usare il ciuccio, l’arrivo del fratellino, il cambio di scuola, il dormire da soli, il trasloco, il distacco, e potrei andare avanti all’infinito) rischia di accentuare la difficoltà.
Può diventare uno strumento utile ed efficace per il bambino per esprimere e gestire le emozioni in maniera controllata (ho paura del pediatra, rileggo il libro tot volte, finché non ho preso familiarità con la situazione in un contesto protetto e in cui mi sentivo in controllo). Ma questo tipo di proposta deve essere accompagnata da un adulto attento e consapevole.
Attento in primis alla reazione del bambino: potrebbe essere che la proposta della storia che tratta una tematica che causa ansia, generi ancora più ansia (ricordarmi che arriverà il fratellino anche in un momento in cui mi rilasso con la mamma o il papà, può accentuare ancora di più la mia “non voglia che arrivi il fratellino”). E consapevole che il libro è un ponte che deve essere affiancato dall’adulto. Adulto che ha il compito di cogliere le frustrazioni o difficoltà, accogliere le emozioni e accompagnare il bambino in questa fase di elaborazione, sostenendolo con empatia e verbalizzazione.

Libro “pillola” sì, ma come proposta a disposizione che sarà il bambino stesso a decidere se, come e quanto utilizzare e, necessariamente, accompagnato dall’integrazione emotiva e verbale della relazione con l’adulto.

Sempre legato alla tematica, intesa come “argomento”, troviamo i libri-gioco.
Sono quegli albi, illustrati o no, che sono più interattivi e quindi prevedono un coinvolgimento maggiore da parte del lettore. I più usati solitamente sono quelli di Hervé Tullet (come un libro, un gioco, etc) o anche arriva il lupo e non svegliare la tigre.
Questi testi servono o per avere un momento di svago e divertimento alternativo durante il momento lettura, o proprio per avvicinare i bambini più restii e con meno voglia e span di attenzione ai libri.

ILLUSTRAZIONI

Cominciamo con il dire che le illustrazioni sono uno degli aspetti più variegati e variabili di un libro.

Per molta parte vanno anche a gusto personale e non seguono esattamente dei criteri standard (le modalità, colori, posizionamenti per disegnare un leone sono pressoché infiniti).

Quindi, in questa sede, cercheremo di trovare delle caratteristiche obiettive e che coprano le illustrazioni in generale, senza addentrarci nello specifico nell’analisi di uno stile o di un altro.

– STILIZZAZIONE.
I bambini apprendono la stilizzazione (cioè la rappresentazione di un oggetto o animale in maniera più astratta e con solo determinate caratteristiche riconoscibili), crescendo.
L’idea che “più un disegno è semplice e più è facilmente riconoscibile” per un bambino piccolo è del tutto errata.

Orso buco (libro che personalmente mi piace molto per la musicalità e il ritmo della storia) è disegnato in maniera completamente astratta. Io adulto capisco che la sfera grande e marrone è orso, per me è perfino banale, ma per i bambini l’etichetta “orso” è stata attaccata a quella specifica rappresentazione grafica solo perché io adulto gliel’ho detto.

Sono quindi preferibili, più i bambini sono piccoli, illustrazioni con disegni verosimili o comunque poco stilizzati. Per intenderci i libri di Helen Oxenbury hanno illustrazioni e non foto, ma i disegni sono comunque molto riconducibili e simili alla realtà.

– DETTAGLI.
Come regola di base, più un’illustrazione ha dettagli, soggetti numerosi, scene caotiche, sfondi con particolari, più è complessa da leggere. Perché prevede la capacità del lettore di ricevere tutti questi stimoli e di filtrare le informazioni importanti.

Quindi, più il bambino è piccolo, più sono necessarie illustrazioni con i personaggi principali, chiaramente distinguibili e con elementi di sfondo che non siano troppo “distraenti”.

Un altro aspetto interessante è che a volte l’illustrazione dà un valore aggiunto al testo e quindi inserisce degli elementi nella storia o rappresenta (anche in modo comico) l’esatto opposto di quello che dicono le parole. E’, in realtà, una cosa molto bella, che aiuta anche a registrare le informazioni su due canali paralleli e non sempre corrispondenti, ma è anche più difficile da assimilare e gestire per i bambini.
In questi casi fermarsi un attimo ed esplicitare quello che viene detto e quello che invece è rappresentato, può essere molto utile soprattutto le prime volte che si affronta quel determinato libro.

– COLORI.
I colori, un po’ come i dettagli, sono un elemento che influenza la facilità di lettura di un’immagine.
Tendenzialmente: i colori sgargianti attirano molto l’attenzione, mentre colori tenui sono più facili da “ignorare”, quindi immagini con alcuni elementi evidenziati dall’uso di colori forti o linee più marcate, con elementi di fondo in tinte più pastello, sono l’ideale per consentire al lettore di avere un’idea generale della scena, riuscendo comunque a rimanere focalizzato sui personaggi principali.

-POSIZIONAMENTO SULLE PAGINE.
Un altro elemento fondamentale da considerare quando si affronta un libro è il posizionamento delle illustrazioni sulle pagine.

Sostanzialmente le scene rappresentate una accanto all’altra, danno un’idea di sequenzialità che però non è naturale: abbiamo imparato negli anni a leggerle in quel modo.
I bambini devono, quindi, essere accompagnati ad apprendere questa competenza nel tempo.

L’ideale sarebbe utilizzare, nei primi approcci ai libri, testi che presentano una singola immagine per volta.
Quando poi, invece, cominciamo ad approcciarci ad albi che hanno più illustrazioni visibili contemporaneamente, possiamo utilizzare, banalmente un foglio di carta, in modo da forzare la visibilità di una singola scena per volta.

LINGUAGGIO

Affrontare la tematica del linguaggio nei libri per bambini è complesso.
Va a toccare il tema della lingua madre, dell’apprendimento dei vocaboli e delle capacità e competenze delle singole fasce di età (che a volte diventano dolorose per gli adulti, perché c’è la tendenza a paragonare le competenze dei bambini a quelli che vengono percepiti come “standard” da raggiungere).

Mi limiterò a due riflessioni molto semplici: la prima sul fatto che più il bambino è piccolo, più le frasi dovranno essere corte e dalla struttura semplice. Anche la concatenazione tra un periodo e l’altro potrà aumentare di complessità man mano che il bambino sviluppa più competenze (“Marco ha mangiato la mela. L’ha mangiata perché aveva fame. In casa non c’era altro cibo.” è diverso da “Marco ha mangiato la mela perché aveva fame e non c’era altro cibo in casa”).

La seconda è che i libri possono diventare anche strumenti di apprendimento di nuove parole! Questa, secondo me, è una cosa meravigliosa, ma che prevede due sforzi da parte dell’adulto che propone e legge il libro. Il primo è quello di soffermarsi e verificare che il bambino effettivamente conosca i termini usati (inizialmente possiamo essere noi a chiedere, per poi lasciare che il bambino si abitui e sia lui stesso a interromperci per chiedere spiegazioni sul significato di ciò che non ha capito).
Il secondo sforzo è invece quello di non cambiare i testi che leggiamo (a meno che non ci siano valide motivazioni per farlo!): mi viene in mente “Lindo porcello” che a un certo punto del libro fa il bagno nel “mastello”. Ovviamente “mastello” fa rima con “porcello”, ma è anche un termine molto poco usato e che il bambino potrebbe apprendere per ampliare il vocabolario!

Al contrario in i colori delle emozioni c’è un passaggio in cui la bambina dice al mostro “Hai combinato un altro guaio? Non imparerai mai!”.
Io, durante la lettura, molto semplicemente non leggo il “Non imparerai mai”.

Silent book o i “senza parole”, sono quei libri che non hanno testo, ma solo immagini. A volte hanno anche storie articolate e piuttosto lunghe (mi viene in mente l’ombrello rosso che racconta le peripezie di questo cagnolino che finisce, un po’ per caso, ad esplorare varie zone del pianeta).
Ad un primo approccio potrebbe sembrare (e io ne ero fortemente convinta) che i silent book siano la scelta perfetta se non si voleva fare lettura ad alta voce: non c’è il testo!

Nulla di più sbagliato!
Il testo dobbiamo integrarlo noi! Dobbiamo leggere, studiare e decidere, prima di proporre l’albo al bambino, come vogliamo narrare la storia, su cosa vogliamo soffermarci, quante frasi vogliamo dire per pagina, che vocaboli utilizzare e il tipo di narrazione che secondo noi funziona meglio!

Il lato positivo è che, decidendo noi in autonomia, possiamo soffermarci e dare più importanza a ciò che sappiamo interessa maggiormente il bambino che abbiamo davanti, calibrando lessico, lunghezza e ritmo.
Abbiamo quindi anche la libertà di sperimentare e variare la lunghezza delle frasi e della lettura, man mano che il bambino acquisisce competenze e concentrazione.
Rimangono comunque libri molto complessi da proporre, perché presuppongono uno studio pregresso e approfondito da parte dell’adulto.

Quindi?
Perché ammettiamolo, arrivare fin qui ha smontato (almeno) un paio di convinzioni radicatissime.
Cerchiamo, ancora una volta, di ricordarci che la lettura è un momento di condivisione con il bambino e che, se a noi piace un libro, leggendolo comunque trasmettiamo la nostra passione per la lettura!
Alleniamoci, piano piano e senza troppa durezza nell’auto-critica a tenere a mente i diversi aspetti quando selezioniamo o leggiamo un nuovo libro!

Mettiamoci nei panni dei bambini!

Gestione delle emozioni (dei bambini)

Gestione delle emozioni (dei bambini)

La gestione delle emozioni nei bambini è un tema che diventa centrale circa dai 2 anni, quando il bambino inizia a sviluppare un senso di “sé” e a testare i limiti fisici del mondo circostante: in poche parole quello che può fare e quello che non può fare.

Il tema diventa, quindi, complesso quando, oltre ad analizzare l’emozione e la frustrazione dei bambini si cerca di capire cosa può fare l’adulto concretamente per accompagnarli.

Di base noi sappiamo che dobbiamo cercare di mantenere la calma, quindi quando il bambino va ad esplorare diverse modalità di espressione e si rende conto di QUALE è la modalità che ci fa reagire, istintivamente, nel tempo, la assimilerà e diventerà la sua modalità di espressione delle frustrazioni privilegiata.
Perché?
Perché, involontariamente, gli abbiamo dato questo feedback.

Questo è il motivo per cui solitamente sembra che la modalità di espressione delle emozioni e frustrazioni dei bambini sia sempre quella modalità che ci fa particolarmente imbestialire!


Facciamo un passo indietro.

Nell’ambito educativo si parla spesso di “specchio emotivo” e “contenimento emotivo da parte dell’adulto”. E sostanzialmente si fa riferimento al fatto che i bambini hanno bisogno degli altri (solitamente gli adulti) per apprendere come si vive e ci si comporta in determinate situazioni.
Questo perché la capacità imitativa dei bambini, che è già stata riconosciuta a livello pratico da moltissimo tempo, ha le sue origini nella presenza dei neuroni specchio.
Sostanzialmente ci sono dei neuroni che quando osserviamo qualcun altro fare una determinata azione, “si accendono” allo stesso identico modo di come si accenderebbero se noi stessi stessimo facendo quell’azione.

Questa costatazione ci consente di definire una base piuttosto semplice sul “come insegnare ai bambini a gestire le emozioni”: la capacità del bambino di capire, contenere ed esprimere le emozioni che sta vivendo, soprattutto nel lungo periodo, è direttamente proporzionale alla capacità e competenze che hanno gli adulti di riferimento che gli stanno intorno.

E’ sufficiente che noi adulti impariamo a gestire le nostre emozioni per far sì che i bambini apprenderanno naturalmente per osservazione e imitazione da noi!

Questa è la buona e la cattiva notizia insieme!
Perché lavorare sulla gestione delle emozioni da adulti, dopo che durante la crescita e negli anni, sono state assimilate e consolidate specifiche modalità, è molto difficile e complesso.

La buona notizia è che se facciamo questo sforzo noi, eviteremo che loro si trovino in questa stessa situazione da adulti!

Cosa dobbiamo fare concretamente?

Purtroppo, quando si parla di gestione delle emozioni non si intende solo l’espressione esteriore: tono di voce, postura, azioni. E quindi tutte quelle modalità come urlare, lanciare/rompere oggetti, aggredire fisicamente oggetti e persone.
Ma si intende anche l’intensità dell’emozione stessa che magari non viene esteriorizzata.
Questo perché i bambini riescono a percepirla comunque.

Quindi?
La nota positiva è che solitamente lavorando sulle modalità di espressione esteriori si arriva a modificare anche l’intensità dell’emozione stessa.

La modifica dei comportamenti diventa quindi abbastanza intuitiva: i comportamenti da evitare sono abbastanza evidenti e risultano chiari dopo una breve analisi.
La difficoltà sta nel fatto che nel momento in cui la forza dell’emozione super un certo livello è come se la parte razionale del nostro cervello si spegnesse.
Sostanzialmente il sistema limbico e il cervello rettiliano prendono totalmente il controllo e la corteccia smette di avere una parte della gestione delle nostre azioni.
Questo perché millenni di evoluzione hanno fatto sì che ci sviluppassimo per garantire la sopravvivenza della specie e ovviamente nei momenti di pericolo, attacco o fuga la capacità di agire istintivamente e senza mediazione del pensiero razionale (che ci rallenterebbe) è fondamentale.

La domanda diventa quindi: come possiamo fare per mantenere il controllo razionale ed evitare che la corteccia si spenga?

La tecnica che io ho trovato molto utile e che magari può fungere da spunto per capire il meccanismo e trovare ulteriori modalità è il verbalizzare.
Sostanzialmente ogni volta che mi rendo conto che mi sto irritando o sto andando in frustrazione (a prescindere dal motivo) comincio a sforzarmi di mettere a parole quello che sta succedendo e che sto provando.
Questo ha due effetti: il primo è che mi dà la sensazione di avere controllo su quello che sento (se gli do un nome, diventa più facile capirlo e saperlo gestire) e il secondo è che l’energia che sono costretta ad utilizzare per analizzare ed esprimere il tutto viene di fatto tolta all’emozione stessa.

Sono così concentrata a capire perché una determinata situazione mi causa quella reazione emotiva (es: il ricevere pizzicotti da un bambino mi ricorda quando all’asilo venivo messa in castigo perché litigavo con gli altri, nonostante fossero loro ad iniziare) e a trovare le parole per esprimerla, che smetto di essere arrabbiata.

Una volta che ci si abitua alla verbalizzazione si può passare a lavorare sui contenuti di quel che si dice, mirandoli un po’ di più all’aiutare il bambino con ciò che sta vivendo.

Riguardo a questo, negli anni, ho approfondito e applicato il metodo “dillo con la voce” della dott.ssa Simonelli (Psicologa, Clinica Psicoterapeuta e Psicopedagogista).
Sostanzialmente sono cinque passaggi consecutivi che servono ad accompagnare il bambino a capire ciò che sta vivendo e ad affrontarlo in maniera adeguata.

E’ un metodo che non viene naturale da subito (si devono, soprattutto all’inizio, memorizzare i passaggi) e che ha effetti sul medio/lungo periodo, perché il bambino deve avere il tempo di capire e interiorizzare ciò che gli viene detto.

I passaggi sono:

– “Mi sembri… (arrabbiato, triste, furioso, frustrato, esasperato, etc)”

Primo passaggio fondamentale: sto dando un nome alla cosa che il bambino sente!
MA lo sto facendo in modo delicato con un “mi sembri”, evito quindi di dare un’imposizione e gli lascio lo spazio per replicare dicendomi che “no, io mi sento…”

– “Forse sei… (arrabbiato, triste, furioso, frustrato, esasperato, etc) perché… (volevi il bicchiere viola è c’è solo quello blu, non trovi il tuo ciuccio, etc”

Secondo passaggio: sto dando voce alla motivazione plausibile.
Di nuovo utilizzando la formula del “forse” lascio comunque spazio al bambino per spiegarmi che ho sbagliato interpretazione o per correggere la formulazione della frase se sente che le parole che ho usato non lo rispecchiano completamente.

– “HAI RAGIONE a essere… (arrabbiato, triste, furioso, frustrato, esasperato, etc) se… (volevi il bicchiere viola è c’è solo quello blu, non trovi il tuo ciuccio, etc)”

Terzo passaggio: fondamentale!
Validazione dell’emozione! Può capitare all’inizio di non ricordarsi tutti i punti o saltarne alcuni, sforziamoci tantissimo di ricordarci questo!
Non importa quanto futile sembri la motivazione scatenante, non importa quanto sproporzionata ci sembri la reazione: HAI RAGIONE AD ESSERE… SE…!
Lasciamo fuori il giudizio, anche perché è incentrato su quelle che sono delle percezioni e delle standardizzazioni sociali con cui siamo cresciuti.
Ricordiamoci sempre che non è una nostra prerogativa decidere se un’emozione o la sua intensità può essere accettabile o no! E’ sempre e solo una prerogativa di chi la sta vivendo! (bambino o adulto che sia)

Il bambino, se accogliamo e accettiamo l’emozione che sta vivendo, autonomamente col tempo, imparerà a modulare la reazione in modo adeguato alle circostanze.

– “Purtroppo però…

Quarto passaggio: spiegazione razionale. Qui subentra la motivazione logica, è una parte necessaria alla rielaborazione successiva del bambino, ma non aspettiamoci che recepisca immediatamente il senso di quello che gli stiamo spiegando.

– “La prossima volta che ti senti… dillo con la voce

Sto sostanzialmente rimarcando l’utilizzo del metodo come soluzione adeguata all’espressione e alla gestione dell’emozione che il bambino sta vivendo!
Il quinto e ultimo passaggio è da utilizzare quando il bambino ha riacquisito la calma ed è quindi in grado di recepire un’ulteriore analisi razionale.

Un paio di precisazioni e postille a margine.
Mi sono resa conto che spesso, soprattutto quando i bambini non sono abituati al metodo “dillo con la voce”, è funzionale ripetere il terzo e quarto passaggio in loop dopo una prima fase di esplicazione totale dei primi quattro.
Quindi la costante ripetizione del “HAI RAGIONE ad essere… se…“ con occasionalmente il “purtroppo però…”  in un tono di voce tranquillo, sereno e pacato (che è fondamentale sempre, a prescindere) li aiuta moltissimo su due livelli contemporaneamente. Da un lato inizialmente il tono di voce e la presenza serena dell’adulto gli danno il feedback fisico del “va tutto bene”, dall’altro lato viene supportato anche dalle parole e dalla frase accogliente che rimarca il messaggio del “va bene che tu sia… (arrabbiato, triste, etc), io lo accetto e sono qui…”

Un’ulteriore nota a margine è che il metodo può essere utilizzato fin da subito! Non importa che il bambino sappia parlare, perché saremo noi a prestargli la nostra voce e a dare comunque un nome a quello che sta sentendo.
In questo modo sostanzialmente il bambino, nel momento in cui acquisirà il linguaggio, avrà già una padronanza della comprensione ed espressione dell’emozione decisamente maggiore!

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