Eccoci!

Vorrei prendermi un po’ di tempo per spiegare lo scopo e l’idea che stanno dietro all’apertura di questa sezione con articoli su svariati argomenti per l’infanzia più o meno già trattati fino alla nausea da una miriade di genitori, educatori, pedagogisti, psicologi e chi più ne ha più ne metta.

Sì, perché come primissima cosa vorrei dire che non ho scoperto io l’acqua calda.

Gli argomenti di cui scelgo di parlare sono argomenti che accompagnano le fasi di crescita dei primi anni di vita dei bambini e, quindi, sono sicura che avrete già incontrato diversi articoli, materiali, video che li trattano in maniera più o meno approfondita.

E allora perché ho deciso di unire la mia briciolina alla vastissima quantità di informazioni reperibili nell’etere?

Facciamo un passo indietro…

Mi chiamo Veronica e nel luglio 2017 mi sono laureata in scienze dell’educazione (facoltà universitaria triennale, necessaria per poter svolgere la professione di educatore in Italia).
Ma già dall’anno scolastico 2014/2015 ho iniziato il mio percorso, un po’ ufficioso e un po’ ufficiale, di tirocinio presso uno spazio prima infanzia in un paese limitrofo a casa.
Ho avuto la fortuna di essere inserita in un contesto dove la “cura” era la base fondante di tutto quello che era il percorso sia per i bambini sia per gli adulti che “passavano” anche solo per poco nei servizi.
E la fortuna, ancora maggiore, di essere affiancata a due Educatrici (sì, con la “e” maiuscola), che non solo mi hanno mostrato cosa comporti il ruolo di educatore nell’accompagnamento dei bambini, degli adulti e delle famiglie nei diversi momenti della crescita, ma che hanno condiviso con me gli aspetti decisionali, teorici e motivazionali delle pratiche e delle scelte che venivano fatte sul servizio.

Un po’ per competenze specifiche (sono pochi gli educatori che hanno esperienza in servizi di spazio gioco*), un po’ per compatibilità degli orari (sono ancor meno gli educatori che vogliono lavorare meno di 10 ore a settimana nell’educativo) e di inquadramento lavorativo (per non parlare degli educatori che scelgono di lavorare con partita iva e non sotto contratto) e un po’ per culo (ero nel “posto” giusto al momento giusto) a settembre 2017 ho preso in gestione un servizio di compresenza come educatrice responsabile.

Dopo due anni possiamo dire, con un briciolo di immodestia, che il servizio funzionava parecchio bene!
Siamo passati da 3 mattine di apertura con 4 bambini al giorno a 4 mattine di apertura con 8 bambini al giorno. Gli adulti che frequentavano il servizio (nonni, genitori, babysitter) erano davvero soddisfatti e si era creato un ambiente decisamente accogliente e affiatato!

 

Perché questa nota di self-pride (orgoglio in se stessi) così a caso?

Perché sin dal primo giorno di tirocinio sono stata accompagnata da una sgradevolissima sensazione di non avere le competenze adeguate per svolgere questo lavoro. E la cosa abbastanza preoccupante è che questa sensazione non mi ha mai realmente abbandonato nemmeno dopo aver gestito da sola con successo un servizio complesso come può essere uno spazio gioco.

Nessuno nasce imparato (né gli educatori, né i genitori) e chiaramente c’è sempre margine di miglioramento (approfondire un argomento, scoprire una nuova teoria pedagogica, proporre materiali diversi o in modo diverso).

Ma allo stesso tempo questa tematica di non essere all’altezza era una cosa che trovavo sempre più spesso anche nei genitori che, confrontandosi, mi confidavano di essere terrorizzati di essere genitori “di merda”.
Le motivazioni spaziavano dall’incapacità di gestire gli outburst (scoppi) di capricci dei figli in determinate situazioni alla confessione di preparare sempre piatti semplici per cena perché troppo stanchi per cucinare quello che il bambino avrebbe preferito.
Ma la cosa più preoccupante, non era che questi comportamenti (assolutamente normali!) minassero così tanto il loro ruolo di genitori, ma il fatto che anche chi faceva non uno, non due, ma 60 passi per migliorare se stesso nell’accompagnare i bambini durante la crescita si sentisse comunque inadeguato.

L’illuminazione mi è arrivata quando F. (mamma di F., 2 anni) dopo aver partecipato a un corso a pagamento specifico per educatori (nb: lei non era, né aveva in programma di diventare educatrice o lavorare con i bambini) mi ha raccontato che era uscita dal corso sentendosi completamente demoralizzata e distrutta nel suo essere “mamma”, perché si era resa conto che le modalità di gestione che aveva usato con F. fino a quel punto non erano adeguate.
E lì è stato complesso cercare di rassicurarla, sapendo che aveva “visto dietro la tenda” degli educatori, dove si parla delle dinamiche dei bambini soffermandosi anche su come queste dinamiche siano spesso generate da comportamenti e frustrazioni degli adulti.
Non bastava più la rassicurazione funzionale del “stai tranquilla, va bene così! Nessuno è perfetto”, perché nel momento in cui le modalità di analisi e le chiavi di lettura che usiamo come educatori non le condividiamo nemmeno con i genitori che sarebbero in grado di gestirle, questi stessi genitori non riusciranno più a fidarsi delle nostre argomentazioni, semplicemente perché abbiamo ammesso le meccaniche dopo che (solo perché) ci hanno colto in flagrante mentre le usavamo.

E da qui nasce l’idea.
L’idea di poter creare uno spazio, un contesto dove mettere le mie competenze di analisi come educatrice a disposizione dei genitori. Un posto, per quanto virtuale, in cui la base sia la fiducia nelle competenze dei genitori in quanto adulti.

Capisco che spesso esista una discrepanza tra gli strumenti che un educatore utilizza per analizzare una situazione e l’analisi finale che condivide con il genitore. E che questa sia spesso dovuta all’idea che il genitore, visto che nella stragrande maggioranza dei casi ha un lavoro diverso, non ha il tempo o le energie per approfondire un determinato argomento con una chiave di lettura e conoscenze professionali (che sì, richiedono tempo).
Un’altra motivazione gettonata (che poi, nella mia modesta opinione, se vale per i genitori vale per tutti, educatori inclusi!) è che il genitore difficilmente è in grado di recepire ed accogliere le critiche, anche se costruttive, o notevoli quantità di informazioni sulle modalità di accoglimento, accompagnamento e supporto dei bambini nel percorso di crescita, se queste sono in contrasto con quelle usate fino a quel momento.
Aggiungiamoci che magari non hanno nemmeno il tempo fisico per consentire un’adeguata rielaborazione e arriviamo alla conclusione che condividendo le meccaniche più profonde che stanno dietro ad alcuni meccanismi o scelte educative in modo completo, otterremmo risultati terribili.
Da un lato un totale rigetto di ciò che abbiamo condiviso con la possibile perdita di fiducia in noi e nelle nostre competenze (è decisamente più facile attaccare l’altro che accettare di “essere in torto”) e dall’altro, l’entrata in uno stato di angoscia e auto-flagellazione per gli “errori” commessi.

Ma (e sì, c’è un “ma”) penso e spero che un modo alternativo di condividere e spiegare le nozioni educative esista e sia possibile. Un metodo in cui l’educatore ha competenze che cerca di sviscerare e spiegare anche al genitore, per far sì che l’analisi della situazione sia fatta da entrambi e non venga consegnata come un pacchetto già pronto.

E non perché “chiunque potrebbe fare l’educatore”, perché ci sono aspetti della professione che raramente si condividono con un genitore comunque (le competenze per la gestione di gruppi numerosi di bambini, il come impostare e gestire attività e proposte con magari delle modalità di condivisione dei materiali nel gruppo, l’osservazione specifica e la rielaborazione dal punto di vista educativo del percorso che un bambino fa durante l’anno come competenze e capacità motorie, emotive, psichiche e fisiche da solo e nei contesti di gruppo).

Ma perché il nostro ruolo come educatori è quello di accompagnare non solo i bambini, ma anche i genitori e gli adulti che ruotano intorno a loro. E dopo due anni di spazio gioco, sono fermamente convinta che questo possa essere raggiunto solo attraverso la trasparenza e l’onestà nel fornire ai genitori stessi la possibilità di fare auto-analisi su di sé.
In questo processo il nostro ruolo non viene sminuito, non perde di importanza. Diventa fondamentale nel sostenere il genitore nel percorso di crescita del bambino non più da esperti che osservano, analizzano la situazione e forniscono le risposte già catalogate e strutturate, ma in una relazione di fiducia reciproca in cui entrambe le parti sono in grado di condividere frustrazioni e difficoltà e di cercare una soluzione in un contesto non giudicante.

Solo così il genitore si sente rassicurato davvero con la frase “stai tranquilla, va bene così! Nessuno è perfetto”.
Perché anche noi educatori abbiamo fatiche, frustrazioni e difficoltà che riguardano il nostro personalissimo rapporto con i bambini, gli adulti e il lavoro in sé.
E credo che ammettere che siamo umani, rivisitare errori che abbiamo fatto e condividerli sia il punto di partenza per non essere percepiti come figure di autorità perfette di cui avere soggezione, ma come esseri umani che concretamente possono aiutare i genitori nel complesso percorso di crescita dei loro figli. Non perché siamo i depositari della scienza infusa, ma perché anni di studio, esperienza e corsi di aggiornamento ci rendono degli esperti nel ricevere critiche e ammettere sbagli nelle metodologie educative utilizzate fino al giorno prima.

In tutto questo rimango fortemente convinta che fare il genitore sia il lavoro più difficile del mondo.

Ho studiato, lavorato e approfondito molte tematiche negli anni e credo di aver raggiunto un buon livello di competenze e conoscenze di base che mi fanno sentire abbastanza adeguata nel mio ruolo di educatrice.

Nella fascia 0-3 anni.

Non oso immaginare la pressione di un genitore che vuole sentirsi preparato e deve affrontare questo tipo di pressioni per tutte le fasi di crescita del proprio figlio.
Per questo credo che il miglior uso delle nostre competenze sia proprio il condividere una modalità di analisi che prenda in considerazione non solo le dinamiche e i vissuti del bambino, ma anche quelli degli adulti che lo accompagnano e come queste ultime hanno effetti sui bambini stessi!

 

Perché ogni volta che ho incontrato un ostacolo, mi sono resa conto o mi hanno fatto presente che stavo sbagliando o anche solo non pensando prima di agire, ho avuto la fortuna di avere accanto educatori competenti che mi hanno aiutato nel fare e gestire un’auto-analisi dei miei comportamenti e di come questi avessero effetti sul contesto educativo e sui bambini stessi.
Vorrei che questo non rimanesse un privilegio di chi sceglie di lavorare con i bambini come professione, vorrei che diventasse la base per tutti i genitori e gli adulti che ne sentono la necessità. Perché insieme possiamo crescere i nostri bambini, ma possiamo crescere anche noi.

Un passo per volta.





* Piccolo excursus per spiegare cosa è uno spazio gioco. 

Per dare un’idea chiara di come funziona mi baso su come ho visto gestire e poi ho gestito io stessa il servizio.
Uno “spazio gioco” è un servizio di compresenza per famiglie con bambini dai 9 mesi ai 3 anni. La caratteristica fondamentale è che è prevista la compresenza, per ogni bambino, di un adulto di riferimento, che rimane per tutta la durata della mattinata.

Normalmente gli spazi gioco sono aperti per 2/3 ore a mattinata e si basano su una routine molto ben definita che prevede:
- un momento di accoglienza dove i bambini man mano che arrivano possono giocare liberamente con i materiali a disposizione
- circle time: canzoncine e filastrocche tutti a cerchio seduti
- momento di lavaggio mani in bagno
- merenda condivisa tutti insieme al tavolo
- proposta ed attività predisposta dall’educatrice
- momento di lettura
- canzoni e saluti

Gli spazi gioco nascono come servizi per quelle famiglie che non hanno necessità di mandare i bambini al nido (hanno i nonni o un genitore a casa per esempio), ma che comunque vogliono cominciare a offrirgli delle opportunità di socializzazione ed esplorazione in contesti curati. La presenza dell’educatrice dà anche la possibilità di confrontarsi su diverse tematiche o chiedere spiegazioni su argomenti specifici, mentre la presenza dell’adulto consente di mantenere contenuti i costi. 

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