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Bambini e sessualità

Questo articolo nasce da anni di ricerca e approfondimento sul tema sessualità e infanzia con le sue svariate sfaccettature. La mia necessità iniziale era trovare la linea di demarcazione oggettiva (e non dettata da etica o valori personali) tra ciò che si può dire (e il come lo si può dire) ai bambini in base all’età.

Man mano che approfondivo l’argomento mi sono in realtà resa conto che la risposta alla mia domanda iniziale era abbastanza “banale”: “se un bambino pone una domanda vuol dire che è in grado di gestire la risposta”. Ma si sono aperte una serie di questioni legate all’etica ai tabù e alle modalità e argomentazioni da utilizzare nell’infanzia che mi hanno decisamente affascinato.

Da qui la voglia di scrivere un articolo che fosse il più comprensivo possibile delle varie sfaccettature e possibilità. Ho cercato di renderlo il più approfondito possibile, dividendolo in macroaree per renderlo più fruibile a pezzettini.

La parte teorica di cui spesso ci rendiamo conto è proprio come nella nostra società si sia tramandata questa non competenza nel parlare di un aspetto della vita specifico: la sessualità.

Ed è difficile scardinare questi blocchi, anche se la motivazione che ci sta dietro è ancora una volta il “faccio fatica io adulto per evitare che la fatica la facciano i miei figli”.
Qui il consiglio molto pratico che ho trovato e provato su me stessa è stato quello di allenarmi prima da sola e poi con persone con cui ero molto a mio agio, per poi arrivare ad avere abbastanza confidenza per utilizzare certi termini ed affrontare certi discorsi anche con i bambini (o i genitori).

Tra l’altro questo è uno di quei topic che presenta difficoltà e criticità specifiche a seconda che si sia un genitore o una persona che si relaziona ai bambini per lavoro.
Nel primo caso è molto più probabile che i bambini ci colgano impreparati e facciano domande sporadiche senza preavviso, anche a causa della confidenza e fiducia che hanno nei nostri confronti.
Dall’altro lato, essendo un tema estremamente delicato, da educatori (maestri, insegnanti, etc.) si deve sempre tenere in considerazione anche la modalità con cui potrebbero reagire i genitori.

Credo che la soluzione, come spesso accade, sia una combinazione e un allineamento di approccio da parte di tutti gli adulti di riferimento dei bambini e, dove possibile, un dialogo per spiegare le motivazioni che sottendono alcune scelte specifiche in merito.

Partiamo dalle basi: “che cos’è la sessualità?”
Perché tendenzialmente siamo portati a pensare che sia “solo” legata ad alcune parti del corpo (organi genitali primari e secondari) e ad alcuni atti/istinti legati più o meno direttamente alla riproduzione o al raggiungimento del piacere.

Riporto qui un passaggio della Treccani sul contributo della psicoanalisi nella definizione di sessualità:

“Nell’esperienza e nella teoria psicoanalitiche, la sessualità non designa soltanto le attività e il piacere che dipendono dal funzionamento dell’apparato genitale, ma tutta una serie di eccitazioni e di attività, già presenti nell’infanzia, che procurano un piacere irriducibile al soddisfacimento di un bisogno fisiologico fondamentale (come quelli della respirazione, nutrizione, escrezione ecc.) e che si ritrovano come componenti nella forma cosiddetta normale dell’amore sessuale.”

In questo senso è importante ricordarci due cose:
– da un lato che le zone del corpo interessate non sono solo quelle che canonicamente associamo alla parola “sessualità”. Possono essere coinvolte sostanzialmente anche tutte le altre parti del corpo nel momento in cui vengono stimolate in maniera piacevole.

– dall’altro che è un bisogno fisiologico e che il filtro di associazione sessualità-atto sessuale è qualcosa che ci portiamo dietro noi adulti.

 

In questo senso potremmo affrontare anche l’argomento dei baci sulla bocca tra genitore e figlio.
È un topic che viene dibattuto e argomentato a volte anche in maniera molto decisa.
Vorrei in questo contesto solo sottolineare come la bocca sia una delle zone erogene (che genera stimolazioni sessuali) più sensibili e di come nella nostra cultura ci sia un’associazione netta e molto forte tra baci sulla bocca e relazione romantica.

In questo senso è possibile che questo tipo di interazioni generino confusione nei bambini che hanno accesso a determinati scambi di affetto che sanno più o meno consciamente essere specifici del rapporto di coppia.

La domanda più gettonata in assoluto, forse anche perché sottende una richiesta implicita di poter rimandare e procrastinare il più possibile qualcosa che ci mette a disagio.

“Purtroppo” la risposta è “da subito”.

Dal lato fisico la sessualità è presente nei bambini fin da prima del parto. Sono state documentate tramite ecografie e vari studi come i bambini maschi siano già in grado di avere un’erezione nell’utero e come la stimolazione dell’organo pelle generi piacere (o dolore) anche se il cervello non è ancora sviluppato adeguatamente per registrare gli stimoli.

Dal lato cognitivo, si può iniziare a parlare di sessualità fin da quando da piccolissimi iniziamo ad interagire con loro toccando, indicando e nominando le varie parti del corpo.

Per le spiegazioni più “dettagliate” dipende anche dall’interesse dei bambini, ma generalmente già dai 2 anni si può tranquillamente iniziare a parlare di gravidanza per esempio.
Questo “aspettare che sia il bambino a chiedere”, però, non ci impedisce di far notare alcuni aspetti e meccaniche facendo osservazioni sul mondo che ci circonda (persone incinta, bambini appena nati, libri, etc.)

A volte le ansie e i dubbi ci portano a pensare che la scelta corretta sia ricadere nell’ “aspetto che me lo chieda lui”.
L’obiettivo di base è che i bambini percepiscano che possono parlare con noi, sollevare questioni e porre domande, a prescindere dall’argomento.
Questo va contro l’idea che a volte ci portiamo dietro del “discorso” da fare in un determinato momento non meglio precisato durante la crescita.
Il voler fare “the talk” sembra allettante per noi adulti, perché ci consente di pensare che possiamo ridurre tutti gli sforzi ad un singolo momento circoscritto nel tempo.

Ma analizzando la cosa è decisamente contro producente: perché noi, avendo evitato di parlarne per la maggior parte del tempo, saremo estremamente in imbarazzo e, magari nell’ottica di finire il prima possibile, eviteremo di trattare determinati aspetti o non riusciremo ad analizzare le reazioni ed eventuali richieste implicite di approfondimento. Per loro perché, non avendone mai parlato con noi, saranno estremamente in imbarazzo e sarà molto più probabile che non registrino le informazioni perché troppo concentrati a cercare di tagliare il discorso e dimenticarsi che sia mai successo.

Se invece iniziamo a mostrarci aperti anche a parlare di questo argomento, magari esplicitando comunque l’imbarazzo, aumentiamo le probabilità che nel momento in cui sorgono loro dei dubbi, cerchino noi per ottenere risposte.

Perché l’alternativa, banalmente, è l’internet o gli amici.
E quindi una serie di contenuti non filtrati da noi, spesso pensati per adulti, e spesso non troppo realistici.

Il consiglio di base è cercare di fornire spunti e osservazioni inerenti all’argomento (così come faremmo con qualunque altra situazione) e mostrarsi aperti ad approfondire.

Un’altra accortezza è quella di accertarsi di aver capito la domanda.
È importante fornire risposte concise e precise, senza argomentare o andare fuori tema. Spesso una semplice risposta di una frase è tutto quello che serve per saziare la loro curiosità in quel momento.

Se siamo stati colti impreparati possiamo avere due reazioni “standard” che evitano di far percepire chiusura:
“E’ una domanda molto interessante. Devo pensarci, mi informo e poi ti rispondo nei prossimi giorni.”
Questo escamotage ci consente di prepararci (anche psicologicamente) per affrontare l’argomento, trovare prima le informazioni rilevanti e prepararci a come vogliamo discuterne.
Sembra banale forse, ma è FONDAMENTALE che dopo alcuni giorni siamo noi a ritirare fuori l’argomento e parlarne.
– “tu cosa pensi?”. Molto utile con i bambini che già sono in grado di formulare risposte e parlare in maniera più articolata. Ci consente di prendere un attimo tempo e allo stesso momento verificare la base di partenza e “l’angolazione” a cui sono interessati i bambini.
In questo caso è estremamente rilevante non prendere in giro la risposta e andare a rielaborare da ciò che ci hanno detto aggiungendo informazioni o correggendo eventuali errori ed inesattezze se necessario.

ARGOMENTI

Ci sono diversi aspetti e topic che è importante trattare e/o che potrebbero essere approfonditi in base all’età e a ciò che cattura il loro interesse. Alcuni sono più “teorici” e sono poi quelli che di solito ci vengono subito in mente (gravidanza, parto, atto sessuale), altri sono meno “direttamente collegati”, ma altrettanto importanti.

  • Nomi dei genitali
    È SEMPRE preferibile utilizzare i nomi corretti anche per i genitali. Questo da un lato per abituare noi a superare il primo gradino del tabù e dall’altro perché è importante far passare il messaggio che anche quelle sono parti del corpo come le altre (MAI ci sogneremmo di chiamare il ginocchio “coccinella”).
    Personalmente ho sempre trovato più imbarazzanti i nomignoli (tettine, pisellotto, patatina, etc.), che fanno nascere conversazioni abbastanza paradossali (in primis bambini che nominano parti del corpo degli adulti con nomignoli assurdi).

 

Integrare i nomi corretti nella quotidianità è il primo passo per eliminare il tabù, ma è anche uno dei più difficili, proprio perché potenzialmente influisce moltissimo sulla vita di tutti i giorni.

Informarsi e utilizzare i nomi corretti sembra facile, ma nella pratica potrebbe richiedere ripetizioni allo specchio dei vari termini con cui abbiamo meno familiarità.
Per esempio “vulva” che in italiano viene utilizzato praticamente solo in ambito medico, ma che è il termine corretto con cui si dovrebbe identificare gli organi genitali esterni femminili, mentre la vagina è il canale interno che collega utero e vulva.

 

  • Privacy
    Il concetto di privacy e pudore è un altro argomento difficile da scardinare da alcuni preconcetti religiosi e sociali, a prescindere da quanto questo possa rivelarsi deleterio per lo sviluppo e la costruzione dell’autostima dei bambini (e degli adulti).
    È difficile trovare e capire dove sta la linea di demarcazione tra troppo pudore che potrebbe causare vergogna e troppo poco pudore che potrebbe generare imbarazzo e situazioni spiacevoli in casa e fuori. In primis la difficoltà risiede in questo caso nel fatto che è uno dei parametri più personali e legati alla famiglia specifica.

 

Da un lato è importante far passare il messaggio che la nudità non sia qualcosa da nascondere e il proprio corpo non sia qualcosa di cui vergognarsi. Questo ovviamente passa anche attraverso l’esempio e le manifestazioni della relazione che le figure di attaccamento primario hanno con il proprio corpo.
Può essere che noi non siamo a nostro agio nel mostrarci nudi e quindi la “via di mezzo” (per rispettare da un lato il nostro spazio personale e dall’altro evitare di tramandare senso di vergogna) potrebbe essere cambiarci in una stanza diversa e se i bambini entrano chiedere pacatamente di uscire e aspettarci di là, evitando di coprirci immediatamente.

 

Dall’altro è importante rispettare in primis anche lo spazio personale dei bambini e lasciare anche a loro la possibilità di scelta nel momento in cui ci rendiamo conto che sentono il bisogno di privacy.
Può essere che un bambino di cinque anni preferisca cambiarsi senza altre persone che lo guardano ed è importante rispettare questo desiderio senza sminuire la sua richiesta o fare battute.

Intorno ai 5 anni, per esempio, si può iniziare ad insegnare ai bambini a pulirsi da soli e fin dai 2 anni (e prima) si può verbalizzare l’importanza di tenere il proprio corpo al sicuro.

 

In questo senso consentire ai bambini di avere gli strumenti non solo per nominare in maniera corretta le parti del corpo, ma anche per avere consapevolezza del proprio spazio personale, è il primo passo per parlare e interiorizzare il concetto di consenso.

 

  • Abusi

È difficile inserire una sezione sugli abusi in un articolo che vorrebbe avere come focus un approccio alla sessualità più consapevole. È difficile perché significa aumentare le probabilità che chi legge si senta sconfortato o cerchi di evitare di pensarci.
Ma è difficile scriverlo anche per lo stesso motivo per cui immagino sia difficile leggerlo: è un argomento sgradevole, che tratta di dolori, situazioni e traumi che vorremmo evitare succedano alle persone a cui teniamo di più al mondo e che sono più vulnerabili in assoluto.

 

È stato difficile leggere quei capitoli specifici in uno dei libri che ho utilizzato per scrivere l’articolo (From diapers to dating. A parent’s guide to raising sexually healthy children di Debra W. Haffner). Ma una volta finita la lettura mi sono resa conto che avevo più competenze e una consapevolezza maggiore, quindi forse lo sforzo è necessario e in fondo positivo. Anche perché non pensarci o non parlarne, purtroppo, non risolve il problema.

 

Il primo shock è stato leggere che i programmi di prevenzione spesso non funzionano perché si basano sul fatto che i bambini non conoscano queste persone (“non parlare con gli sconosciuti” cit.) o sul fatto che i bambini siano in grado, se educati, di proteggersi da questi comportamenti.

Ed effettivamente, pensandoci, suona davvero improbabile che un bambino sia in grado di opporsi, non solo a livello fisico, ma anche a livello psicologico ad un adulto.

 

In questo senso ci sono alcuni concetti chiave da spiegare ai bambini e che possono essere recepiti anche durante la fascia dell’infanzia.

  • “Il tuo corpo è tuo.”
  • “Ci sono alcune situazioni in cui gli adulti possono guardare e toccare il tuo corpo” (un genitore che gli fa il bagno o un dottore che lo visita). Citare situazioni specifiche e rilevanti per il bambino stesso (va bene che la babysitter ti aiuti a pulirti dopo che sei andato in bagno).
  • “Vieni da me se qualcuno ti fa sentire a disagio o male.”
  • “Puoi dire di non toccarti, se non vuoi essere toccato”.
    E questa vale anche per i baci, pizzicotti sulle guance, abbracci e vari contatti fisici eventuali (e totalmente innocenti) con parenti e amici.
    Sottovalutiamo spesso quanto questo tipo di approcci siano invadenti dello spazio e della libertà personale degli altri nell’ottica dell’” è educazione”. Dovremmo cercare di capire se è più rilevante che i bambini si sentano rispettati o che gli adulti non si sentano delusi.
  • “Se qualcuno ti tocca e ti dice di non dirlo a nessuno, dimmelo comunque”.

L’idea di fondo è “non instillare panico o ansia” ai bambini per situazioni che potrebbero non capitare mai. Ma allo stesso tempo dare loro gli strumenti per capire che se succede qualcosa di strano e che li fa sentire a disagio non è colpa loro e possono parlarne.
Questo perché spessissimo i bambini stessi si sentono in colpa e non ne parlano con gli adulti di riferimento per paura.

In questo senso avere dei riferimenti di quali siano comportamenti normali e adeguati può essere d’aiuto per capire se qualcosa non va. Di base è del tutto normale per i bambini esplorare ed essere curiosi sull’anatomia del proprio corpo e di quello degli altri. Il classico “giochiamo al dottore” o le interazioni fatte in momenti di non supervisione non sono da eliminare di per sé, semplicemente è bene avere in mente quelli che sono situazioni e contesti innocui e quali potrebbero non esserlo.

  • Età: di solito questo tipo di interazioni si hanno con bambini coetanei.
    Più di tre anni di differenza potrebbe essere problematico.
  • Atteggiamento: in questi casi i bambini sembrano divertiti (con le classiche risatine che per noi adulti sono spesso senza senso), curiosi o felici.
    Dall’altro lato, potrebbe essere indice di un problema se i bambini mostrano aggressività, paura o rabbia.
  • Attività: spogliarsi, giocare al dottore o al “ti faccio vedere il mio se tu mi fai vedere il tuo”. Questo tipo di interazioni sono totalmente normali e per i bambini non hanno un’accezione sessuale, semplicemente rispondono alla loro naturale curiosità. In questo senso anche tra fratelli si può mantenere il rituale del bagno condiviso e spesso sono i bambini stessi che intorno ai 6 anni desiderano interrompere per avere più privacy.
    Qualunque tipo di interazione che mimichi un atto sessuale (orale o con penetrazione) sarebbe da indagare per capire da dove i bambini abbiano avuto questo tipo di input. Potrebbe essere un indicatore del fatto che hanno visto semplicemente dei video non appropriati (o siano incappati nei genitori per esempio), ma saperlo aiuta a calibrare adeguatamente la reazione e il tipo di spiegazione da dare.
  • Dopo averne parlato: nel caso di comportamenti fuori luogo o che ci mettono particolarmente a disagio (e questo può succedere anche per quelle situazioni che sono ritenute normali), possiamo parlare della cosa ed esplicitare che vorremmo che non lo facessero più. E normalmente i bambini, dopo un’indicazione diretta dell’adulto, interrompono il comportamento.

 

  • Gravidanza
    Probabilmente l’argomento legato alla sessualità che ci crea meno problemi e anche uno dei primi che viene affrontato solitamente.
    Prendiamolo come “test iniziale” per vedere quanto andiamo in ansia in questi contesti.
    Sembra facile, ma anche qui ci sono domande specifiche che possono facilmente mandarci in imbarazzo e la tentazione di rispondere utilizzando “cavolo” o “cicogna” potrebbe farsi sentire.

 

Nei casi in cui i bambini si dimostrino particolarmente interessati all’argomento e a capire cosa succede nella pancia, possiamo procurarci fotografie e libri adeguati (anche quelli per adulti con immagini nitide in base allo stadio di sviluppo potrebbero essere un buon approccio).
L’ottica è sempre quella di fornire strumenti che consentano a noi di avere una base per superare l’imbarazzo e ai bambini materiale per approfondire se interessati. Tutto nell’ottica sempre di avere la mediazione dell’adulto.

 

Le informazioni fondamentali in questo caso sono il fatto che lo spermatozoo (semino) del papà si è unito all’ovulo (uovo) della mamma e hanno formato un bambino, che inizialmente era piccolissimo e man mano è cresciuto sempre di più nella pancia della mamma, finché non è stato pronto ed è uscito dalla vagina della mamma.

Il tutto con vari gradi di approfondimento sui vari passaggi (stati di sviluppo del bambino nella pancia oppure anche come respirava e cosa mangiava, etc.) a seconda dell’interesse dei bambini e del caso specifico (inseminazione artificiale, parti gemellari o prematuri, etc.).

 

  • Sesso
    Strettamente collegato c’è l’argomento sesso, proprio perché la domanda “ma come ci è entrato il semino del papà nella pancia della mamma?” è dietro l’angolo.

Anche qui la regola generale è seguire l’interesse dei bambini e spiegare le cose in maniera semplice e concisa.

 

Credo che questo sia l’argomento che più mette a disagio e ci crea ansie per eccellenza, ma se riusciamo a mantenere la calma e ritagliarci tempi per prepararci (con la frase: “E’ una domanda molto interessante. Devo pensarci, mi informo e poi ti rispondo nei prossimi giorni.”) è meno impossibile di quello che pensiamo.

Evitiamo le banalità del “quando la mamma e il papà di vogliono tanto bene” o le astrazioni poetiche che tanto sembrano funzionali per toglierci di impiccio. Il fatto che i bambini non tornino sull’argomento, in questi casi, potrebbe essere proprio perché la nostra risposta non li ha soddisfatti (o non l’hanno capita) e stanno valutando se ci sono altre persone a cui chiedere.

 

La risposta concisa e precisa dovrebbe contenere alcune informazioni chiave: a volte quando la mamma e il papà si dimostrano affetto, il pene del papà entra nella vagina della mamma. Il papà e la mamma provano piacere e il pene del papà rilascia gli spermatozoi nella vagina della mamma. Solo gli adulti possono fare l’amore (o sesso).

 

In questo modo il bambino ha tutte le informazioni chiave necessarie per capire cosa succede ed eventualmente fare altre domande per approfondire uno o più aspetti (cosa fanno gli spermatozoi una volta nella vagina, perché solo gli adulti possono fare sesso, etc.).

 

  • Masturbazione
    Uno dei topic forse più invadenti e imbarazzanti per noi adulti.
    Come affrontare l’argomento, soprattutto quando diventa un comportamento abbastanza invadente. Perché l’obiettivo finale è sempre quella sottile linea di “come comunicare il messaggio adeguato alle competenze, che non vada a minare l’autostima, la creazione del sé e sia comunque corretto anche dal punto di vista sociale e dei valori della famiglia specifica”.

 

Sostanzialmente sembra un’impresa impossibile in questo caso.

Ero determinatissima a trovare una risposta, perché il tabù legato all’auto-erotismo è spesso ancorato alla visione del “masturbarsi è peccato” e volevo davvero capire fino a che punto questo si basasse su teorie e analisi con basi scientifiche.

E, se non è un comportamento ossessivo (per cui bisognerebbe contattare uno specialista), il toccarsi e la masturbazione sono comportamenti assolutamente normali.

 

Partiamo dal presupposto che durante l’infanzia non c’è l’intento sessuale che attribuiamo noi adulti a questo comportamento. E che, quindi, spesso è semplicemente un meccanismo di rilassamento e auto regolazione.

L’approccio più puntuale dal punto di vista psicologico emotivo per la crescita di adulti sani con un rapporto adeguato con il proprio corpo e la sessualità, sarebbe quello di esplicitare come “questi comportamenti siano assolutamente normali, ma in privato.”
In sostanza trovare una linea di demarcazione che consenta ai bambini di esprimersi liberamente in questo senso, ma quando sono da soli e in posti come il bagno o la propria camera (e utilizzare lo spunto per aprire anche un confronto su quali siano i posti privati e quali quelli pubblici potrebbe essere una buona idea per allentare un po’ l’imbarazzo per noi adulti e affrontare un argomento comunque importante con i bambini).

 

L’alternativa del divieto assoluto, perché crea imbarazzo in noi adulti, potrebbe far passare il messaggio che il proprio corpo è sbagliato. O che provare piacere stimolandosi a livello finisco sia sbagliato, cosa che potrebbe portare a tutta una serie di insicurezze e problemi anche da adulti.

 

Intorno ai sei anni potrebbe diventare un comportamento che ha come obiettivo il raggiungimento del piacere. È importante che i bambini sappiano che masturbarsi non causa danni né a livello fisico né a livello psicologico e che è una cosa da fare in un posto privato.

Questo a prescindere che poi si esprimano anche i valori personali che possono includere il fatto che masturbarsi sia sbagliato o sia una modalità sana di esplorare il proprio corpo e la propria sessualità.

  • Se si viene interrotti durante

Situazione chiaramente non ideale e decisamente difficile da gestire soprattutto se non ci si è mai fermati a pensare al cosa faremmo se succedesse.

Questo soprattutto per evitare di reagire in maniera eccessiva sul momento.

 

In più cerchiamo anche di non cedere alla tentazione del “evitiamo di parlarne e facciamo finta di niente”. Questo perché non possiamo sapere cosa, quanto hanno visto i bambini e come l’hanno percepito. Potrebbero essere confusi, spaventati o imbarazzati.

È quindi importante, sul momento, interrompersi e cercare di mantenere la calma. La prima domanda potrebbe quindi essere rivolta a capire che cosa effettivamente han visto (“non ci aspettavamo entrassi in camera. Che cosa hai visto?”).

Ovviamente tenere un tono pacato e rimanere sereni è fondamentale per fare in modo che i bambini riescano ad esprimersi e a rispondere in maniera sincera alle nostre domande.

 

Queste non sono le situazioni ideali per iniziare una conversazione approfondita o una spiegazione, perché il nostro scopo dovrebbe essere quello di rassicurare i bambini e far passare due messaggi fondamentali:

– toccarsi è un altro modo di esprimere affetto (è possibile che invece i bambini interpretino quello che vedono come adulti arrabbiati o addirittura adulti che si stanno facendo del male a vicenda).

– a volte stare nudi uno accanto all’altro è piacevole, ma è un comportamento solo da adulti che si amano.

– Bonus: possiamo esplicitare poi le regole sulla privacy (che dovrebbe già essere conosciuta e non riservata a queste situazioni) che vigono in casa (“non siamo arrabbiati, ma a volte gli adulti hanno bisogno di stare da soli. Quindi quando la porta è chiusa vorrei che bussassi e aspettassi la mia risposta, prima di entrare”, per esempio).

 

Questi concetti sono fondamentali e dovrebbero essere esplicitati anche con bambini che non hanno proprietà di linguaggio o non sono ancora in grado di parlare.
Perché non sappiamo quanto effettivamente registrino razionalmente, verranno comunque rassicurati dal tono di voce che utilizziamo e noi cominceremo ad abituarci a parlare e verbalizzare emozioni e stati d’animo anche legati alla sfera sessuale.

 

  • Se non ne abbiamo mai parlato

A volte ci si trova nella situazione in cui i bambini già sono più grandi e l’argomento non è mai stato affrontato o abbiamo sviato le loro domande in precedenza e semplicemente hanno smesso di chiedere. Ovviamente nessuno nasce imparato (soprattutto per fare il genitore) e quindi reperire queste informazioni più avanti nel percorso di crescita dei bambini può generare un senso di inadeguatezza.

 

Fermiamoci un attimo e respiriamo.

Non è crollato il mondo.

Possiamo iniziare pian piano ad essere noi a ritirare fuori l’argomento, utilizzando sempre gli spunti che ci sono intorno a noi. E magari, a seconda dell’età e delle competenze dei bambini, spiegarli anche come ci siamo sentiti e perché abbiamo procrastinato o evitato di parlarne.

 

  • … e i bambini ormai sono grandi

Più i bambini sono cresciuti più la cosa diventa complessa, perché soprattutto nella fase di preadolescenza e adolescenza è possibile che anche loro si sentano ormai in imbarazzo a parlare di determinate cose con noi.

In questo caso, a seconda del carattere o del rapporto che si ha si possono utilizzare metodologie più passive e meno frontali.

 

Una modalità di confronto comunque verbale potrebbe essere quella di affrontare l’argomento in macchina. Questo perché è uno di quei contesti in cui si può tranquillamente evitare il contatto visivo. E questo facilita il confronto anche su argomenti spinosi.

Si può ulteriormente facilitare la cosa anticipando il fatto che si vuole parlare di una questione specifica e lasciando spazio ai ragazzi di decidere la tempistica (“Vorrei parlarti di una cosa che reputo importante. Pensavo di farlo in macchina, preferisci che ne parliamo all’andata o al ritorno?”)

 

È comunque possibile che dall’altro lato non ci sia volontà di comunicazione e che non arrivino domande o risposte. Manteniamoci sereni ed esplicitiamo che è normale potersi sentire in imbarazzo e che in caso di necessità siamo comunque a disposizione.

 

Possiamo poi provare con approcci più morbidi e che lasciano comunque molto margine di manovra ai ragazzi di gestire le modalità e le tempistiche con cui affrontare le informazioni.

Da un lato possiamo istituire un piccolo spazio in casa con dei post-it esplicitando che se si hanno domande o dubbi che non si riescono ad esprimere verbalmente, si possono scrivere e appiccicare lì. Un po’ come una corrispondenza o una conversazione in differita.

Oppure mettere a disposizione (o far casualmente trovare) del materiale e dei libri che riteniamo appropriati. In questo caso può essere molto d’aiuto e appropriato il libro Senza tabù di Violeta Benini (ostetrica) scritto proprio per adolescenti e in cui vengono trattati argomenti legati alla sessualità (dal corpo, al genere al piacere e al consenso).

In questi casi è sempre opportuno leggere prima il materiale (anche solo per avere una base di partenza comune nel caso in cui i ragazzi arrivino con domande specifiche legate ai testi).

 

  • Pornografia

Così come la masturbazione, la pornografia non è un male di per sé.

Dobbiamo però tenere ben presente che i ragazzi spesso si approcciano a questo tipo di contenuti senza aver avuto esperienze dirette pregresse. E questo implica che, se non c’è stato un dialogo o se non sentono di avere la possibilità di fare domande o avere un confronto con un adulto, potrebbero pensare che quella sia la modalità “normale” e corretta di approcciarsi ai rapporti intimi.

Nella maggioranza dei casi, invece, i porno sono strutturati per adeguarsi ad una specifica tipologia di fantasia sessuale (maschio dominante, con organi genitali di dimensioni notevoli e una durata media del rapporto decisamente prolungata).

Questo potrebbe non solo generare un forte senso di inadeguatezza nei ragazzi per dimensioni e durata, ma anche creare delle false aspettative sulle modalità di approccio e su cosa si aspettano che succeda nel momento in cui cominciano ad avere esperienze dirette.

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