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Mese: Novembre 2020

Come scegliere un servizio educativo

La scelta del servizio educativo a cui iscrivere il proprio figlio è potenzialmente molto impegnativa. Già solo per il fatto che impatterà sulla vita di tutti i componenti della famiglia.

Aggiungiamoci la pressione di sapere che i primi sei anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo e la determinazione del sé anche da adulti, e diventa davvero comprensibile come il dover selezionare una o l’altra scuola diventi un problema che può togliere il sonno.

Ovviamente questo articolo non serve a dirvi “è questo il servizio perfetto!”, perché ogni singola famiglia deve trovare non il servizio perfetto in assoluto, ma il servizio perfetto specificatamente per loro.
E, quindi, quello che può fare questo articolo è creare un elenco di alcuni punti che si potrebbero considerare quando si cominciano a leggere i pof e andare ai vari open day.

Aggiungo anche che, avendo un’impostazione da fascia 0-3, alcune delle mie priorità sono molto più marcate rispetto a quello che normalmente viene menzionato nella fascia dell’infanzia.
Gli studi e le ricerche educative e pedagogiche degli ultimi anni hanno dimostrato che un’impostazione empatica e accogliente consente al bambino di sviluppare competenze e abilità in autonomia, anche nella fascia 3-6 (e oltre!).

E partiamo subito con il dire che anche il costo e la vicinanza sono due fattori rilevanti.
Perché comunque impattano sulla vita di tutta la famiglia e dovrebbero essere considerati insieme agli aspetti educativi.
Scegliere il servizio che più si allinea con la nostra linea educativa non necessariamente è la scelta migliore se poi ci costringe a una routine forzata che ci rende costantemente irritati e irritabili.
Cerchiamo quindi di non sottovalutare i fattori organizzativi e pratici, soprattutto visto che l’ideale sarebbe confermare la stessa scelta negli anni successivi per poter mantenere una costanza educativa e a livello di contesto.

  1. Il primo fattore fondamentale da ricordare sempre, a prescindere da tutto, dovrebbe essere la fiducia.
    Fiducia verso la struttura e fiducia verso il personale.

Fiducia che dovrebbe accompagnare tutto il percorso, per consentire a noi adulti e ai bambini di vivere questa esperienza in modo sereno.
E a volta la fiducia è “costruibile”, attraverso incontri, domande, discussioni e confronti (auspicabilmente prima dell’iscrizione), a volte è questione di feeling e più ci si sforza di affidarsi, più ci si irrigidisce e nascono dubbi.

Fare uno o più tentativi in questo senso è fondamentale, ma se non ci si riesce ad affidare alle persone che si occuperanno poi fisicamente dei bambini può far nascere problematiche e frustrazioni anche complesse. Sia per noi adulti, sia per i bambini che percepiscono molto bene anche il non detto.

E qui possiamo addentrarci nei “punti educativi”.
L’idea sarebbe quella di trovare un servizio che sia il più in linea possibile con la nostra idea di educazione e di bambino. Cercherò di fare un’analisi di alcuni punti che potenzialmente possono fare emergere una visione piuttosto di un’altra.
E non necessariamente c’è un “meglio” o un “peggio”.

  • Gruppi eterogenei o gruppi omogenei.

Sono due filoni educativi paralleli.

Il primo si basa sull’idea che i bambini possano apprendere, grazie ai neuroni specchio, alla vicinanza, osservazione e interazione anche con bambini di altre fasce di età e non solo con i loro pari.
Questo consente loro, per esempio, di sviluppare competenze di cura e attenzione verso i più piccoli, e di essere stimolati e avere possibilità di osservare e imitare i più grandi.

Nel secondo caso il focus è quello di creare gruppi omogenei per fasce di età per consentire ai bambini di interagire in un gruppo di pari. In modo che ognuno porti le sue competenze e capacità confrontandosi con gli altri durante proposte mirate specificatamente per le loro abilità.

Non necessariamente un modello è migliore dell’altro.

La scelta potrebbe variare non solo in base allo stile educativo, ma anche in base alla personalità del bambino (se fa fatica a confrontarsi con i più grandi, forse sarebbe meglio consentirgli di passare più tempo in un gruppo omogeneo di pari, per dargli spazio di acquisire competenze a autostima, prima di un confronto con altre fasce di età).

  • Strettamente collegato a quanto sopra c’è il “rapporto numerico”.

Ogni fascia di età e servizio ha normative specifiche che determinano il numero di bambini massimo per ogni adulto. Sta poi al servizio decidere quante persone saranno effettivamente presenti per ogni gruppo di bambini (in base chiaramente anche a fattori di gestione ed economici).

Normalmente più i bambini sono piccoli più i numeri sono bassi (si può essere intorno ai 4 bambini per i lattanti -4/12mesi-, intorno ai 10 per la fascia asilo nido, fino ad arrivare anche a 28 per la scuola dell’infanzia).
E più i gruppi sono ristretti, più le persone presenti hanno possibilità di fare osservazioni mirate e lavorare specificatamente sui singoli bambini, senza togliere attenzioni o possibilità all’intero gruppo.

In questo senso si trovano servizi specifici dove il rapporto viene mantenuto più basso grazie alle compresenze di più adulti sullo stesso gruppo. Oppure grazie alla presenza di persone specifiche per i laboratori (e quindi il gruppo viene diviso in più momenti della giornata per attività specifiche).

E ancora, in alcune scuole il rapporto numerico viene utilizzato per favorire una responsabilizzazione dei bambini nel prendersi cure gli uni degli altri e nel cercare di risolvere autonomamente i conflitti che si generano.

Gli spazi in cui i bambini passeranno la maggior parte del loro tempo sono un altro fattore rilevante. In generale per gli spazi interni è preferibile un contesto con colori tenui e non troppi stimoli visivi che rendono più difficile la concentrazione.


Esistono servizi che prediligono la cura degli spazi interni (classi, saloni, spazi per i laboratori), servizi che si svolgono prevalentemente all’esterno e servici che hanno deciso di dedicare tempo a entrambi i tipi di setting.

Verificare la cura che viene dedicata al pensare gli spazi che i bambini abiteranno è fondamentale, soprattutto vista la quantità di ore che dovranno passare all’interno di quegli ambienti. E’ un potenziale indicatore di quella che sarà la cura che dedicheranno ai bambini stessi.

Anche qui diventa rilevante il rapporto del bambino con le due impostazioni: le forzature (“non vuole mai stare fuori, quindi lo iscriviamo a un servizio completamente outdoor”) raramente sono funzionali e vengono assimilate senza traumi.

  • Di pari passo vanno i materiali.
    Capire che tipo di proposte, che tipo di laboratori e che tipo di interazioni sono concepite può aiutarci molto nel capire che tipo di approccio viene utilizzato.

Alcuni fattori meno “evidenti” potrebbero essere il se i materiali presenti vengono variati e in base a cosa vengono proposti (osservazione dei bambini o progettazione a calendario).
O anche la modalità di approccio a un bambino potenzialmente non interessato a quell’attività specifica (si cerca di forzarlo a interagire o si lascia che esplori e sia lui stesso a decidere se avvicinarsi o meno).

Oppure il fatto che i laboratori siano scanditi a orari fissi e calendarizzati o vengano proposti in base ai ritmi del singolo gruppo e del singolo bambino e all’osservazione delle interazioni e esplorazioni in corso in un determinato momento della giornata.

Sono due approcci distinti: da un lato si predilige l’idea di seguire i tempi e gli interessi dei bambini per consentire un apprendimento che segua i loro ritmi naturalmente. Dall’altro si punta a renderli consapevoli delle esigenze del gruppo e capaci di gestire tempi decisi e dettati da altri.

  • Ultimo punto e quello che io personalmente ritengo più fondamentale: l’approccio “emotivo” che di fatto si lega comunque a tutti i punti precedenti.

Si parla spesso di educazione emotiva nei contesti educativi, ma in concreto in un servizio che cosa significa porre l’attenzione e l’accento sull’accoglienza e legittimazione delle emozioni dei bambini?
Perché sulla carta siamo tutti d’accordo sull’importanza di favorire lo sviluppo di empatia e le competenze di gestione della rabbia o della tristezza.

Riuscire ad accompagnare i bambini nei momenti di frustrazione (come può esserlo un distacco o un confronto accesso con un pari) non è semplice. Ci sono varie metodologie che sono state applicate negli anni e diventa abbastanza complesso capire fino a che punto “avere il bambino e le sue emozioni al centro” sia solo una frase teorica.

Un buon punto di inizio è capire l’approccio che viene usato durante l’inserimento. Quanta rigidità c’è nei tempi e nelle tempistiche (e soprattutto se è dovuta a una progettazione educativa o semplicemente alle richieste e insistenze di alcuni genitori che non tollerano ritardi sulla tabella di marcia). Che tipo di intervento viene fatto quando i bambini hanno comportamenti ritenuti non adatti (mordono, si spingono, piangono, urlano, etc.): li si accompagna verbalmente e fisicamente o si adotta il “buon vecchio metodo” della sedia per pensare.

Quanta tolleranza c’è verso i conflitti tra i bambini e quanto margine viene dato loro (in sicurezza e in base all’età chiaramente) per risolverli in autonomia.

Parlare di “rispetto verso i bambini” è facile, praticarlo concretamente, anche per persone che hanno studiato e che fanno continua formazione, può essere fonte di frustrazione e difficoltà.

Il modo con cui ci approcciamo a questo gap tra ciò che vorremmo ottenere e ciò che concretamente possiamo realizzare differenzia notevolmente la nostra capacità di adattamento ai nuovi approcci e alle nuove scoperte in campo educativo.

E, forse, più che la linea educativa in sé, la capacità di ascolto e di aprire un confronto sereno mettendosi anche a volte in discussione, è quello che fa la differenza nel riuscire ad avere un dialogo e una riflessione sulle necessità del singolo (bambino o adulto che sia).

A questo punto un paio di indicazioni pratiche sul come poter verificare i punti di cui sopra (o quelli che riteniamo importanti) a livello pratico.

Sicuramente i pof o i documenti di presentazione dei servizi possono darci un’idea migliore su quelli che sono i punti che sono stati ritenuti fondamentali. E quindi sulle priorità, almeno sulla carta.
I fattori che determinano cosa viene scritto sono numerosi e includono anche un banale “quello che la maggior parte dei genitori vuole sentirsi dire”.

Diventa quindi molto rilevante avere la possibilità di un confronto diretto con il personale per poter andare oltre la teoria. Fare domande concrete su situazioni specifiche ci aiuta moltissimo a capire le modalità di approccio reali.

Alla domanda “quale è la vostra priorità” è facile recitare il concetto teorico di “bambino al centro, etc. etc.”, ma alla domanda specifica “cosa succede se mio figlio sbatte la testa contro il muro perché non può avere un giocattolo?” diventa più complesso dare una risposta fumosa senza far emergere priorità e linea educativa.

Concludiamo ribadendo che non in tutti i casi è possibile scegliere il servizio educativo perfetto, per svariati motivi, tra cui magari anche la scarsa scelta di servizi nella zona dove abitiamo.

Credo che una delle parti fondamentali della fascia dell’infanzia, all’interno di un percorso, sia che gli adulti di riferimento vivano l’esperienza in modo sereno.
Potersi affidare e avere fiducia nei confronti delle persone a cui si affidano i bambini fa davvero la differenza.